Top 5 del mese: 4 cose belle e una anche no – gennaio 2017

gennaio-2017Ogni mese vi racconto le cose che mi hanno colpito: nel bene soprattutto, ma anche nel male. L’inverno idilliaco delle cartoline dell’800, il freddo bello, quel cappello rosa, queste presine artistiche, e il freddo brutto hanno segnato il gennaio del 2017.

 

1° cosa bella – l’inverno di Currier and Ivesamerican-forest-scene-by-nathaniel-currier

Le cartoline di Natale non circolano quasi più: ormai ce ne arrivano solo tre, e io ne mando solo due. Ma quando ero piccola e vivevo nel mondo della “Piccola Casa nella Prateria”, Holly Hobby e Anna dai capelli rossi, mi incantavo a guardare le scene invernali che mandavamo e ci arrivavano per posta, attendendo tutto l’anno il rito di scegliere le cartoline per parenti e amici lontani, e di vedere la mensola del caminetto coprirsi giorno dopo giorno di auguri provenienti dall’Italia, dagli Usa, dalla Norvegia e dall’Inghilterra. Le conservo ancora tutte in una scatola di latta – ovviamente natalizia.

currier and ives stampa
Ho scoperto invece solo adesso che molte delle immagini che vediamo su scatole di biscotti, cioccolatini, quaderni, pubblicità (e ovviamente cartoline di auguri) sono state prodotte 150 anni fa dalla casa tipografica Currier and Ives di New York: in attività per 72 anni, stampò un catalogo di 7500 litografie ritraenti un’elegiaca vita americana fatta di panorami naturali, raduni di società, spaccati di vita famigliare.
Le scene invernali, ricche di dettagli e di nostalgia per un mondo ideale che non è mai davvero esistito, sono quelle che parlano al mio cuore proprio per quelle memorie infantili.
Erano stampate in bianco e nero, dipinte a mano da una catena di montaggio di impiegate (ognuna con il suo colore da spennellare sulla scena di turno), e vendute per essere appese nelle case della brava gente.
La tiratura superò il milione, come è giusto per degli autoproclamati “Publishers of Cheap and Popular Prints” (editori di stampe popolari a buon mercato). George Henry Durrie era l’artista più richiesto per questo genere: era lui il maestro della neve, tanto che il suo soprannome nell’ambiente era “the snowman”.
Nei suoi paesaggi romantici e pittoreschi il freddo è una morbida, candida coltre che rende tutto più bello.

Working Title/Artist: Central Park, Winter: The Skating Pond Department: Drawings & Prints Culture/Period/Location: HB/TOA Date Code: Working Date: 1862 photography by mma 1998, slide #c-12471 scanned and retouched by film and media (jn) 8_30_04

2° cosa bella – il freddo bello

Schermata 2017-01-26 alle 21.02.21

No, in realtà quando sono fuori il freddo vero non mi piace per niente. Mi piace l’idea di un inverno alla Currier and Ives, della pattinata sul ghiaccio con il manicotto e i gentiluomini che salutano toccandosi il capello, perché mi è rimasto l’imprinting di Piccole Donne letto a otto anni.
Quel freddo lì è elegante e in qualche modo perfino edificante.
Ma quello vero che ci attanaglia da settimane non mi fa esclamare “Oh cielo, la temperatura sembra essere scesa durante la notte!” dietro un ventaglio. Mi fa bestemmiare come un minatore che ha appena scoperto che deve fare il terzo turno di seguito.
Però il freddo vero, almeno in casa, porta i fringe benefit del Grande Inverno, e gliene sono tanto grata:
– il caminetto acceso.
– la cioccolata calda tutti i pomeriggi dopo la scuola.
– gianduiotti e Porto dopo cena, ché bisogna fare come le balene e mettere su uno strato di isolante tra noi e il freddo là fuori.
– la borsa dell’acqua calda sotto i piedi mentre lavoro da sola in casa, in pigiama, alla mia scrivania. E poi la sera, a letto.
– il gatto che si accoccola tiepido e setoso accanto al mio computer, per essere accarezzato tutte le volte che mi va.

sasha carnevali capello cachemire

E per quando devo proprio uscire, questo bellissimo, mobidissimo cappello di cachemire che mi ha regalato mia sorella a Natale.

3° cosa bella – the pussy hat

static1.squarespace.com

La più grande marcia di protesta che gli Stati Uniti abbiano mai visto ha avuto luogo sabato 21 gennaio 2017.
Cinque milioni di persone si sono riversate sulle strade di 600 città di tutto il mondo: da Washington a Città del Capo, da Milano a Dehli, un mare di teste rosa e di cartelli incazzati (e spiritosi) davanti a ambasciate e consolati americani per affermare i diritti delle donne che il nuovo presidente ha dimostrato di disprezzare già troppe volte.

womens march
“Stessa merda, secolo diverso”
"Stessi diritti per mia sorella!"
“Stessi diritti per mia sorella!”
"Marcio per le donne che nel passato non poterono farlo - così quelle del futuro non dovranno"
“Marcio per le donne che nel passato non poterono farlo – così quelle del futuro non dovranno farlo”
"..."
“…”

The Pussy Hat Project è stato lanciato online solo a fine novembre, eppure il modello per fare a maglia, all’uncinetto o cucire un semplice rettangolo rosa ha avuto un successo planetario commovente: donne troppo anziane per viaggiare hanno riesumato l’antico circolo del cucito e confezionato per le figlie e le nipoti e le loro amiche e donne e uomini sconosciuti centiniaia di migliaia di “cappelli della fica”.

pussy hat
Perché pussy vuol dire sì gattina (il cappello, messo in testa, forma due orecchie alla Josie and the Pussycats – ve la ricordate?). Ma vuol dire anche fica, come nelle spregevoli parole di Trump, che si è vantato di poter prendere le donne per i loro genitali solo perché è famoso (“When you’re a star, you can do anything, you can grab them by the pussy”).

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Prova a prenderci per la testa, Donald. Se ci riesci.
Quel mare di teste rosa sta ora vascolarizzando le metropolitane, le scuole, gli uffici, i campus, i parchi, gli ospizi. Cervelli ben irrorati, protetti in questo gelido inverno da due orecchie color fucsia: la grande sorellanza tiene più caldo di un capello di cachemire. Anche quello che ti ha regalato tua sorella.

 

4° cosa bella – le presine della mamma

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Un giorno mi è venuto in mente che volevo, fortissimamente volevo delle presine-Josef-Albers fatte a maglia o all’uncinetto.
Trovo che le presine fatte in casa siano bellissime, ma non so lavorare a maglia. So di non avere la manualità e la pazienza e non ci provo nemmeno, e mi spiace tanto non usufruire del suo potere terapeutico: le donne, i marinai e i carcerati da sempre “fanno la calza”, per allontanare lo stress e la noia, per utilità, per fare circolo del cucito.
Così ho chiesto a mia madre, dispensatrice di bellissimi cappelli e maglioni per tutta la famiglia, di cimentarsi in questo piccolo progetto al posto mio.
Ho scelto i due quadri di Albers che mi piacciono di più (scelta forse banale: anche Hermès ne fece dei foulard in edizione limitata) e le ho mandato le foto via whatsapp.

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E la mamma me le ha fatte, cercando i punti di colore originali per rispettare la ricerca cromatica dell’artista tedesco.
Non sono bellissime? Non si intonano perfettamente con la mia cappa gialla?

presine fatte a mano
Ci ho messo del mio cucendogli dietro del pannolenci per tenerle più in forma e renderle più spesse, così anche io posso sentirmi un po’ parte di un circolo universale del cucito.

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Una cosa che anche no – il freddo brutto

Belgrado, gennaio 2017
Belgrado, gennaio 2017

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici

Con i piedi sopra la borsa dell’acqua calda, con il gatto che fa le fusa mentre batto sulla tastiera, con quella cioccolata che ci aspetta oggi pomeriggio, non riesco a distogliere la mente da chi vive in roulotte e in container dopo due terremoti e la nevicata più pesante degli ultimi 70 anni. Dagli animali degli allevatori che non hanno più un ricovero e da mesi sono solo all’aperto, tra la vita e la morte.
Non riesco a distogliere la mente dai morti, dagli intrappolati di Rigopiano. Dai loro soccorritori morti per maltempo in un incidente di elicottero. Dai 1000 rifugiati bloccati da più di un anno all’addiaccio intorno alla stazione di Belgrado, dai 30.000 nelle tende del confine turco-siriano, negli scantinati di Kilis.
Dalla demagogia che annuncia e poi si nasconde dietro la burocrazia e nicchia sulle abitazioni che non arrivano. Dalle casette di Berlusconi all’Aquila, che invece arrivarono davvero dopo tre mesi come promesso e sono appartamenti di tutto rispetto, e da quanto mi rode il culo pensare che allora era meglio quando c’era Berlusconi, che davanti a Trump sembra fare perfino la sua porca figura.
A questo freddo brutto bisogna porre un argine con la nostra umanità.
Facciamo delle donazioni alle onlus che si occupano dei rifugiati e dei migranti in difficoltà (io mi fido di Speranza – Hope for children), e aggiriamo le istituzioni comprando prodotti marchigiani, abruzzesi, laziali, cogliendo la prima occasione per visitare queste regioni bellissime, dove si mangia meglio che in paradiso e la gente è ancora più squisita del cibo, portando i nostri soldi lì, direttamente dove devono circolare, per restituire ai nostri connazionali la loro dignità, lesa dalla natura e da un governo pigro e connivente.