Allattamento al seno: quando un mito diventa pericoloso

Prima che facciate la punta ai vostri forconi: LO SO CHE L’ALLATTAMENTO AL SENO È IL NUTRIMENTO MIGLIORE PER UN NEONATO. Ma…

mito dell'allattamento

Ma grazie al cielo non è l’unico.
Una balia, una capra, una scatola di latte in polvere o una bottiglia per la prima infanzia non sono solo un salva-vita, ma anche un salva-sanità-mentale.

Perché se è vero che Madre Natura ha previsto per noi mammiferi di far crescere i nostri piccoli con l’allattamento, è anche vero che la natura è la stessa matrigna ingenerosa che ha previsto le ragadi, i capezzoli piatti o introflessi, canali galattofori dall’ostruzione facile, una produzione di latte insufficiente e mille altri stati di salute della madre che non hanno direttamente a che fare con il seno e che ostacolano l’allattamento.

Ogni corpo femminile funziona su un modello base uguale per tutte, ma è un paradigma che si fa sintagma nel momento in cui si chiama Alina, Annelise, Akiko, Adelfriede, Amira, Ascencion, Adalgisa.

Alina ha le caviglie grosse, il seno piccolo e produce latte per un caseificio. Infatti se lo tira e lo dona al reparto di neonatologia.

Annelise ha il vitino di vespa e le tette grosse, ha più curve di una strada di montagna e la mastite che la gufa ad ogni poppata.

Akiko ha i calcoli alla cistifellea e i capezzoli introflessi; non allatta, corre una maratona completa al mese e vince spesso.

Adelfriede è paralizzata dalla depressione post-partum, non riesce a toccare il suo secondo figlio. Ci pensano sua madre e suo marito a fare tutto.

Amira ha avuto il cancro ad entrambe le mammelle e quindi non può allattare la bambina che temeva di non avere del tutto dopo la radio e la chemio.

Ascencion è dovuta rientrare al lavoro a due settimane dal parto sennò lo avrebbe perso.

Adalgisa ha il gomito del tennista e allatta esclusivamente i suoi gemelli di sei mesi.

Quando incontri una neomamma non chiederle se allatta

allattamento al seno
Ho allattato tanto, e tutti i miei figli, e non merito una medaglia per questo.

“Ci dai il tuo latte?”, mi chiedevano tutte le sciure che incontravo quando mettevo il naso fuori casa con la carrozzina.
Il tono sottintendeva sempre un arcigno “Veeroooo?”.
Rispondevo sì, perché in effetti ho allattato i miei figli per 8, 12 e 9 mesi.
Ma arrivava subito la domanda di scorta, quella che spera di farti tana lo stesso: “Senza l’aggiuntina?”. Alla domanda di scorta l’unica risposta sensata sarebbe “Con l’aggiuntina di una palata di fatti tuoi”.

Prima di tutto, se allatto o no non sono fatti tuoi quanto non lo sono il ritmo del mio intestino, il mio conto corrente, i rapporti con mio cugggino e il fatto che io sia atea, buddista, sposata in chiesa o scomunicata.

La domanda “allatti?” viene SEMPRE fatta per giudicare quanto è brava una mamma, ovvero quanto è disposta a sacrificare della sua salute per la salute di suo figlio (il fatto che possa non allattare per scelta o per altri impegni è semplicemente imponderabile).

Quel “partorirai con dolore” in un paese cattolico come il nostro fa danni da tempi biblici, anche se la logica insegna che per potersi prendere cura di una persona più debole dobbiamo essere più forti di lei – motivo per cui in aereo la hostess ci ricorda di indossare per primi la mascherina dell’ossigeno e solo dopo metterla ai nostri figli.

Perché se poi rispondi che no, non allatti, la domanda di scorta della sciura è sempre un costernato “e perché??” con mano sull’affannoso petto.

E si ritorna al fatto che se allatto o no non sono fatti tuoi quanto non lo sono il ritmo del mio intestino, il mio conto corrente, i rapporti con mio cugggino e il fatto che io sia atea, buddista, sposata in chiesa o scomunicata.

Non sono tenuta a parlarti:

  • del mio cancro
  • del mio capo stronzo
  • del mio capezzolo che sanguina
  • delle terapie che non posso interrompere
  • del mio bambino che dorme solo dopo un biberon con due biscottini

perché tu possa magnanimamente giustificare la mia mancanza.

Più latte per tuttiThe goddess myth in italiano

Ho letto con raccapriccio il dossier pubblicato da TIME lo scorso ottobre e intitolato “The goddess myth” (“Il mito della dea”), che parla dei danni provocati dalla pressione psicologica ad allattare a qualsiasi costo, pena essere giudicate (o sentirsi) una madre da meno.

Nei ricchissimi, avanzatissimi Stati Uniti, ci sono bambini che muoiono di fame perché le loro madri si ostinano all’allattamento esclusivo pur non essendo in grado di nutrirli – badate bene: non madri povere, ma madri ricche schiacciate dal senso di colpa, dall’erba del vicino che è sempre più verde, dal giudizio della sciura al banco dei formaggi che chiede “ci dai il tuo latte?”.

C’è qualcosa di più tragico di una madre che vuole dare tutto a suo figlio e così facendo lo uccide? Non so immaginarlo.

Sì: l’allattamento è la cosa più naturale del mondo.
Così come è tutta nature la setticemia che fino a meno di un secolo fa mandava più bambini e mamme al cimitero che alla nursery.
Così come l’aspettativa di vita di un neonato è naturalmente e orrendamente breve senza alcun supporto moderno – dagli antibiotici al benedetto latte in polvere.

Senza quel latte in polvere mia madre avrebbe visto morire di fame i suoi tre figli e mia suocera i suoi due.
E io e mio marito non avremmo potuto avere i nostri tre.

E io allattarli per quasi tre anni della mia vita.

(Questo post non è sponsorizzato da Avent – che mi ha mandato diversi prodotti per la prima infanzia per il mio nipotino, tra cui il biberon in copertina – né da alcun produttore di latte artificiale. Nasce totalmente dalle mie considerazioni personali)