Stranizza d’amuri o l’insostenibile leggerezza del cioccolato fondente con scorze d’arancia

cioccolata_aranciaGli aeroporti, a differenza delle stazioni, sono non-luoghi calmi e protetti, quasi ovattati. Tra la merce esposta e l’odore del caffè puoi perdere tempo, ma con calma. Non c’è la frenesia del centro commerciale, né il rumore dei treni: l’atmosfera è distesa e le sedie sono vicine, invogliano all’apertura.
Si chiacchiera all’aeroporto.
Mi piace aspettare prima di un volo, mi sembra di essere in un tempo sospeso, un tempo non mio che rubo a un’altra vita; quel tempo per restare solo con me stesso che non ho in città. In tasca porto Milan Kundera, ho comprato il libro dopo aver visto il film, e non vedo l’ora di assaporarlo. È nella tasca destra… no… forse in quella sinistra… no. No, no, non c’è più. In piedi tra un bar e un negozio di intimo comprendo di averlo perso, forse ai controlli. O forse è nel mio zaino. Così lo abbraccio e comincio a rovistare, sposto il maglione, esamino tra i boxer e mi dispero. Poi alzo lo sguardo, ho ancora una mutanda stretta nella mano sinistra quando la vedo arrivare.
Sono devastato e ho una mutanda in mano.
Devo parlarle, ma prima devo rimettere a posto le mutande.
Lei guarda distrattamente le vetrine mentre continua ad avanzare. Verso di me.
Devo rimettere a posto le mutande e trovare qualcosa da dire.
Eccola è qui, parlale: è perfetta. Tutto lo permette. Fallo. Parlale.
E lascia quelle mutande.
Sorrido dall’alto del mio zaino arruffato: “Credo di aver perso il mio libro, forse ai controlli. Per caso sai dov’è l’ufficio oggetti smarriti?”
Lo sa, me lo indica con precisione e mi augura di ritrovare il libro, poi va. E io la lascio andare, anche se è perfetta. È strano, non importa. Volevo parlarle, l’ho fatto e va bene così. Va bene anche e solo questo.
Nessuno ha ritrovato il mio Kundera, così entro in un negozio: c’è di tutto, dai dolci ai libri. Resto lì a cercare, tanto ho tempo, sono arrivato con due ore e mezza in anticipo.
Mentre già mi rassegno a un’altra lettura, lo trovo. Trovo il mio libro. Non so perché, ma sono contento e devo festeggiare, insomma, coccolarmi un po’. Compro Kundera, una stecca di cioccolato bianco per l’amica che mi ospiterà a Madrid e una stecca di cioccolato fondente con scorze di arancia per me.
Il film è bellissimo, il libro di certo lo supererà. Ed è qui tra le mie mani, non scappa. Non più.
Ritorno verso il gate, sempre più allegro e leggero: ho in mano il mio Kundera.
Lei è lì.
Non penso, prendo la stecca di cioccolato con scorzette di arancia e la poso sulle sue ginocchia, poi mi siedo accanto e comincio a leggere. Non so perché l’ho fatto, sono contento, ho il mio libro e non c’è nient’altro che farei se non leggere, qui accanto a lei. Non voglio nemmeno vedere se prende la cioccolata, è sua, può farne quello che vuole. Non le parlo, leggo il mio libro. Prima di partire ne ho lette di getto 80 pagine, ti assorbe, ti affascina: non riesci a smettere.
“Sei stato esemplare”, mi è stato detto così, una volta a Madrid.
Lei non conosceva il libro, non ha visto nemmeno il film, così le ho parlato di Praga e di Tomáš (il protagonista de L’insostenibile leggerezza dell’essere, N.d.R); il cioccolato, però, lo conosceva. Non l’abbiamo mangiato, non abbiamo avuto tempo, dovevamo parlare.
“Le hai messo la stecca di cioccolato sulle ginocchia e ti sei seduto accanto a leggere senza dirle nulla?”
“Sì”.

Scorze d’arancia per rompere il ghiaccio e cioccolato fondente per appassionarsi, foss’anche solo a Kundera. Sembra quasi un film, invece è il racconto che un ragazzo ha fatto a un’amica sul tram, nel viaggio di ritorno verso casa. Un vortice di emozioni mescolate alla trama del libro e a giudizi sul film. Avrei voluto voltarmi e parlare con entrambi, chiedere se alla fine sente ancora Lei, invece sono scesa alla mia fermata canticchiando “Stranizza d’amuri” di Battiato. È la canzone che meglio descrive quel che ho percepito dalle sue parole, quella sensazione inenarrabile che lucida gli occhi e distende il viso, e che ha del cioccolato fondente con scorzette d’arancia come unico cibo.

E quannu t’ancontru ‘nda strata
mi veni ‘na scossa ‘ndo cori
ccu
tuttu ca fora si mori
na
mori stranizza d’amuri
l’amuri
Man manu ca passunu i jonna
sta frevi mi trasi ‘nda ll’ossa
ccu tuttu ca fora c’è a guerra
mi sentu stranizza d’amuri

Di Titty Paternoster

 

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