Chi guarda Genova, sappia che Genova si vede solo dal mare

La Liguria è una stretta striscia di terra curva come un arco, praticamente si può andare solo da destra a sinistra, da sinistra a destra, e molto poco in su e in giù. Genova è lo stesso, anzi lo è di più.

boccadasse genova

Da quando anche noi abbiamo un marketing ufficiale, il claim della città è #genovamorethanthis.
Genova è più di quel che sembra.

È più bella, è più difficile, è più mugugnosa, è più stretta e più lunga – in assoluto, senza bisogno di usare termini di comparazione.

Io la amo moltissimo.

Ci sono nata, ci ho vissuto i miei primi due anni, poi mi sono trasferita in Toscana e mi ci sono ristabilita quando mi sono sposata.
Nel frattempo l’ho sempre frequentata perché ci abitavano i miei nonni e, che fossi piccola o adolescente, andare a Genova per me voleva dire andare a stare bene: viziata dalla sregolatezza di mia nonna (mi dava la colazione a letto, e un cioccolatino prima di dormire!), incantata dalla cultura e l’intelligenza di mio nonno (scolpiva in salotto e faceva le parole crociate in latino!), distratta dal ruvido mondo viareggino dove non c’era mai speranza di incrociare una faccia nuova (i ragazzi genovesi erano tanti, portavano camicie azzurre e non dicevano parolacce!).

Come per un riflesso pavloviano prodotto dal “rafforzamento positivo”, Genova per me significa da sempre la possibilità di trovare una cosa bella, una cosa buona, una cosa nuova ogni giorno.

Genova per noi

genova vista dal mare
Foto © Dove Viaggi

Genova è una stretta striscia di terra curva come un arco, praticamente si può andare solo da destra a sinistra, da sinistra a destra, e molto poco in su e in giù.

Ci sono due strade per percorrerla: una lungo il mare e una a monte, con una distanza tra le due che in linea d’aria può essere di neanche 100 metri. In mezzo, stradine che se hanno due corsie non ci puoi parcheggiare, sensi unici, vicoli, le creuze che cantava De André.

Genova la vedi solo dal mare, ha ragione Ivano Fossati.

Non ha un raggio, non ha un diametro, un perimetro, una periferia: è una collana di quartieri, più o meno abbienti, più o meno puliti, più o meno commerciali, più o meno residenziali. Come i nostri palazzi nobiliari patrimonio dell’Unesco, si è sviluppata con tante stanze l’una di seguito all’altra, tutte affacciate su un corridoio che è il mare, chiuse da un muro portante che sono i monti.

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Foto © lavocedellisola.it

Esattamente 24 ore fa è crollato il Ponte Morandi, il viadotto sul Polcevera, portandosi giù per 90 metri macchine e camion, trascinando con sé un numero ancora indefinito di vittime dell’insipienza, della pigrizia, dell’ignoranza e del complottismo.

Come tutti i genovesi, sto facendo il calcolo al minuto di quanto io, mio marito, i miei figli abbiamo scampato la morte. Mentre facciamo l’appello e ci cerchiamo, ce lo diciamo al telefono e via messaggi: Marco ci passa tutti i giorni, ma è in ferie; Raffaella ci è passata ieri sera per andare da sua madre; Silvia era già al lavoro.

Per noi, l’ultima volta è stata proprio una settimana fa, proprio di martedì, proprio all’ora di pranzo.
Come tutte le volte, senza inghiottire e senza quasi respirare, con la testa che mi martellava finché non lo superavo, per poi dirmi “è andata”.

Mi sentivo stupida, perché anche se ballava tanto da mandarmi lo stomaco in gola, anche se i piloni avevano un aspetto decrepito, non era concepibile che fosse in uso a (leggo oggi) 35 milioni di veicoli all’anno senza essere perfettamente sicuro.

Così inconcepibile, così incommensurabile che quando finalmente ho trovato il coraggio di dirlo a mio figlio, ieri pomeriggio, la sua reazione è stata ferma e gelida: “non ho capito”. Poi le domande: “è caduto il ponte? Come fa a cadere un ponte? Con le macchine sopra? Giù nel fiume?”. E infine, perché a 9 anni, bisogna trovare la vita da tutte le parti: “Allora non possiamo più andare all’Ikea?”.

Sì, all’Ikea ci possiamo andare, troveremo solo più traffico.

Non ho insistito, non voglio spiegare l’Olocausto a un bambino, soprattutto perché non glielo posso spiegare, non glielo posso giustificare che è colpa della burocrazia e degli appalti che prima di partire devono avere le tangenti assicurate, che alla fine, è colpa delle persone se un bambino della sua età è morto perché stava andando all’Ikea.