Quella volta che ho passato una giornata con Giorgio Locatelli, il nuovo giudice di Masterchef Italia

Chi è Giorgio Locatelli, il nuovo giudice di Masterchef? Vi racconto perché vi conquisterà attraverso tre interviste che gli ho fatto – al telefono, al ristorante e a casa sua.

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Chi è Giorgio Locatelli, il nuovo giudice di Masterchef?

In Italia è poco conosciuto, ma all’estero è considerato il più illustre ambasciatore della nostra cucina (lasciamo stare Mario Batali, va’ – c’è differenza cucina made in Italy e cucina italian sounding).

La sua biografia dice che viene dalla provincia di Varese, dove è nato nel 1963. Si è fatto le ossa con Gualtiero Marchesi a Milano, a La Tour d’Argent a Parigi, al Savoy di Londra. È sposato con Plaxy, hanno due figli (Jack e Margherita), abita a Camden, ha un ristorante a Londra e uno a Dubai.

Per come l’ho conosciuto, penso che sarà il giudice più accomodante che la versione italiana di Masterchef avrà avuto fino ad ora. Non si farà circuire, né sarà inutilmente generoso: ma non sarà mai ingiusto, mai vessatorio, mai maleducato – non per fare spettacolo, e men che mai per carattere.

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Bastianich, Cannavacciuolo, Barbieri e Locatelli. Photo © Tv Sorrisi e Canzoni

La prima intervista a Giorgio Locatelli – al telefono

La prima volta che ho parlato con Giorgio Locatelli era l’estate del 2005: lo conoscevo per uno dei suoi primi programmi di cucina sulla tv inglese, “Tony and Giorgio”, in cui presentava ricette italiane con la sua tipica esuberanza tricolore.

Il bel moro col ciuffo e la pronuncia buffa – le sue “u” inglesi sono delle “iu”: fiud (food), tiu mach (too much) – aveva già aperto Olivo, Zafferano e Locanda Locatelli a Londra, guadagnando la prima stella per un ristorante italiano fuori patria nella storia della Michelin.

Era simpatico al punto da sfiorare il cabaret: dopo averlo visto legare un pollo con lo spago e annunciare trionfante sulla BBC “Ecco, now is more aerodynamic – by Giugiaro!”, decisi che dovevo intervistarlo per la mia rubrica “Ricette d’autore” su Ventiquattro, il magazine del Sole 24 Ore.

Ricordo una telefonata da risate con lacrime agli occhi, con Locatelli che raccontava di come cercasse di fare andare giù il coniglio con la polenta al pubblico londinese: lo accettavano solo i vecchi, che per fame e disperazione ne avevano mangiato durante la seconda guerra mondiale; i giovani no.

L’aveva presa come una missione, quella di riportare sulle tavole inglesi il tenero Peter Rabbit di Beatrix Potter.

Mentre mi descriveva di come da bambino il martedì, giorno di chiusura del ristorante di famiglia, scegliesse quale tra quelli che razzolavano in cortile doveva finire in pentola, e di come sapesse scuoiarlo e macellarlo alla stessa età in cui i nostri figli oggi imparano ad allacciarsi le scarpe, mi venne il dubbio che forse erano questi dettagli un cicinìn truculenti a bloccare i suoi clienti che se li sentivano raccontare al tavolo.

Too much information, Giorgio. Tiu mach.

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Photo © Reporter Gourmet

La seconda intervista a Giorgio Locatelli – al ristorante

Un anno dopo, parlammo di spirito positivo per un altro articolo, e di come alla Locanda tenesse a libro paga uno staff di 70 persone. “Potrei impiegarne la metà. Solo che credo che la gente per lavorare bene debba avere una buona qualità di vita, fare le sue 40 ore e poi andare a casa dalla moglie, uscire con la fidanzata, cenare con gli amici”. Non sono in tanti ad avere un tale riguardo – anzi, una tale filosofia di vita – nell’ambiente dell’alta ristorazione.

Era il 2006, e Gordon Ramsay era appena esploso come personaggio mediatico: davanti alle telecamere insultava i suoi cuochi, diceva parolacce e scaraventava piatti a terra – tutto quel folklore che non può più mancare in qualsiasi edizione di Masterchef. Per usare il suo stesso tipo di linguaggio, Ramsay stava sul cazzo a tutti i colleghi (ne parlai anche con Carlo Cracco, che non nascose il suo disprezzo per quei modi isterici: essere severi è un conto, essere persecutorii è un altro).

Uno dei “vezzi” dello chef inglese era non ammettere bambini nei suoi ristoranti in quanto non abbastanza educati e soprattutto troppo immaturi per apprezzare la sua cucina. Chiesi a Giorgio cosa ne pensasse, e da bravo italiano che ogni scarrafone, rispose: “È assurdo proibire letteralmente l’ingresso dei bambini nei ristoranti di alto livello, quelli che amano porsi su un piedistallo, che ti dicono come devi vestirti e con chi venire, e poi ti trattano pure male se non spendi tanto di vino e non vieni all’ora che piace a loro. Una volta un signore, finita la sua cena, venne a farmi i complimenti per la qualità del cibo e del servizio, ma aggiunse che non era assolutamente accettabile mangiare vicino a dei bambini. Non riuscii a trattenermi: “Scusi, lei quanti anni ha? Nel migliore dei casi verrà qui ancora per cinque anni. Allora, se permette, preferisco investire su di loro, che verranno per altri 50 anni!”. Ovviamente era il critico del Times”.

Oh, Giorgio: tiu, tiu mach!

La terza intervista a Giorgio Locatelli – a casa

Plaxy e Giorgio Locatelli
Plaxy e Giorgio Locatelli

Alla terza intervista, sono andata direttamente a casa Locatelli.

Giorgio, Plaxy, Jack e Margherita si erano trasferiti da non molto in una casa a schiera affacciata su un parco, ex-piazza del mercato bovino, a Camden Town. Non nasceva certo come un’abitazione signorile ma, trasformata da una intelligente ristrutturazione molto voluta da Plaxy, era ora bellissima.

“Prima di trasferirci in questa casa abitavamo in un appartamento minuscolo, ma lui non ne voleva sapere di spostarsi. Qui lui ci è venuto solo una volta, si è affacciato sull’uscio, ha sbraitato qualcosa tipo “Vediamo questa maledetta casa che dobbiamo comprare per forza!” e se ne è andato sbattendo la porta. Feci l’offerta al proprietario anche se mio marito aveva visto solo l’ingresso!”.

Due cose mi colpirono – anzi: tre.

La cappa in cucina progettata per bloccare i fumi di cottura e non spandere allergeni nell’aria (Margherita è gravemente allergica a molti cibi). La vasca da bagno affacciata sulla camera da letto padronale. E soprattutto un’invidiabilissima collezione d’arte contemporanea.

Nell’ingresso un’enorme panoramica del Tamigi dipinta da Paul Simonon dei Clash, ad oggi il più bel quadro di un paesaggio che abbia mai visto.

Dipinto di Paul Simonon
Il dipinto di Paul Simonon dei Locatelli

In salotto uno Spin Painting di Damien Hirst, amico di Giorgio da quando erano giovani bohemien a Soho (quando è arrivato un camion a sorpresa per recapitarlo, Giorgio temeva fosse uno dei suoi famosi animali squartati sotto formaldeide e che bambini avrebbero pianto a dirotto).

Damien Hirst
Damien Hirst davanti a uno dei suoi Spin Painting

Una foto delle divinità correnti (tra cui Giorgio) che Sam Taylor-Wood aveva avviluppato intorno a Selfridges, nella sua versione originale 300 metri di ritratti di celebrità.

E poi quella lunga placca di metallo che raccoglieva ritagli di giornali di persone famose davanti alla Locanda Locatelli: Brad Pitt, Kate Moss, Lucien Freud… “Non è mica una bacheca”, precisò Plaxy. “È un termosifone”. Giorgio cominciò a ridere, e capii che persino il riscaldamento, lì, nascondeva una storia divertente. Plaxy sospirò. Trovandosi a casa di un artista molto, molto famoso, e avendo notato lo stesso tipo di placca bianca della sua cucina, lo aveva avvicinato: “Ma i tuoi termosifoni non hanno i tubi di rame che gli spuntano sotto! Come sono belli! Devi darmi il nome del tuo idraulico!”. In quel momento notò che gli amici tossivano e si davano gomitate… “Erano pannelli da 35.000 sterline l’uno! L’artista? Gary Hume”.

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Adoro questa foto di Plaxy e Giorgio a casa loro che riproduce il famoso quadro di David Hockney – notate poi cosa c’è ai lati della finestra 🙂 Photo @ Phil Fisk for the Observer
Mr and Mrs Clark and Percy 1970-1 by David Hockney
Mr and Mrs Clark and Percy 1970-1 David Hockney © Tate Gallery

Sono felice di sapere che Giorgio Locatelli sarà della squadra di Masterchef quest’anno.

Penso che la sua gentilezza, il suo entusiasmo e la sua simpatia porteranno più tatto e cordialità in un programma responsabile di aver inutilmente drammatizzato e involgarito una sana competizione.
Io, di sicuro, dopo aver smesso di guardarlo, gli ridarò una chance. Dopo tutto, abbiamo un grande amore in comune: il fiud 🙂

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