Se ti è piaciuto The Crown, devi leggere questo (la mia giornata con Tony Armstrong-Jones)

Se vogliamo giocare a “sei gradi di separazione”, posso vantarne uno solo da tutta la famiglia reale inglese: ecco perché…

vanessa kirby matthew goode
Matthew Goode nel ruolo di Antony Armstrong-Jones e Vanessa Kirby in quello della Principessa Margaret. Photo © Jason Bell/Netflix

Quarta puntata della seconda serie di The Crown: quanti vapori vi ha fatto salire il fotografo che non conosce il concetto di “spazio tra due persone” e che rivolta come un calzino la Principessa Margaret sul bordo della vasca della sua camera oscura?

Beh, io con quel fotografo dagli occhi azzurri ci ho passato una giornata e sì, lui era proprio così: una centrale elettrica di fascino accesa a un gazzilione di Watt.

Tony Armstrong-Jones
Il vero Tony Armstrong-Jones. Photo © Getty Images
Una scena da the Crown

La più bella intervista della mia vita: Antony Armstrong-Jones, Lord Snowdon

Ho condotto almeno 1000 interviste nella mia vita – scrittori e artisti, agenti di assicurazione e primi ministri, idraulici e direttori d’orchestra, filosofi e attori, chimici e chef. Ma la più bella, la più ricca e soddisfacente, l’ho sempre detto, è stata quella a Lord Snowdon, all’anagrafe Antony Armstrong-Jones.

Era la primavera del 2007, e avevo da poco intervistato suo figlio David Linley nel suo negozio di mobili: l’attuale Conte Snowdon, allora “solo” Visconte Linley e 18° in linea di successione al trono fa infatti il falegname e intarsiatore di lusso. Un uomo simpaticissimo, brillante e pieno di idee che mi aveva raccontato della sua prima scatola di legno, fatta a scuola e regalata ai suoi genitori, “tenuta ancora molto educatamente da mio padre sulla sua scrivania”.
Venni via dal suo scicchissimo negozio in Mayfair con il progetto di imitare il suo trucco  per occultare i piccoli elettrodomestici di cucina dentro un mobile a serranda (e come lui chiamarlo “il garage”), e pensando: “Questa è stata l’intervista più divertente che abbia mai fatto”.

Finché qualche mese dopo L’Uomo Vogue non mi affidò quella a suo padre, uno dei più grandi fotografi del XX secolo: Tony, come si presentò stringendomi forte la mano, aveva fotografato bambini idrocefali abbandonati in orfanatrofi e le più belle modelle per le riviste più patinate, la working class londinese e la famiglia reale, i peones peruviani e i divi di Hollywood.

Preceduto dalla fama di uomo dalla grandissima personalità in grado di distruggerti in poche battute se non gli piacevi, sembrava essere un soggetto difficile da profilare – almeno con il suo consenso.

Non sapevo cosa fare quando arrivai davanti casa sua e lessi sulla porta principale “Traders use back door” (gente che lavora, usa la porta dietro).
Ero lì per lavoro, ma non per consegnare il latte alla cucina. Dove dovevo suonare, quindi?
La segretaria mi notò e aprì gentilmente la porta principale prima che potessi prendere una decisione che mi avrebbe imbarazzato.

Antony Armstrong-Jones, Lord Snowdon per matrimonio, e solo Snowdon come firma artistica, mi aspettava nel suo studio al piano terra.

Relegato a una sedia a rotelle, ma vivacissimo, mi chiese subito se volevo un bicchiere di vino bianco.
Erano le 11 del mattino e allora ero ancora astemia, ma la domanda era stata posta in modo da non poterla rifiutare. Mi resi presto conto che le domande-asserzioni sarebbero state un pattern costante quel giorno.

Sulla scrivania, accanto alla famosissima foto che aveva scattato a Margaret (quella a busto nudo con il grande orecchino), notai subito una scatola di legno con le giunzioni a coda di rondine: era quella che gli aveva fatto David a 16 anni senza usare nemmeno un chiodo o un filo di colla: un bellissimo oggetto di cui come padre andava infatti molto fiero.

Me la fece aprire per osservare ogni suo meccanismo, e con lo stesso piglio inquisitivo mi fece girare quadri per interrogarmi su quando erano stati dipinti (era una domanda a trabocchetto e fallii miseramente); andare in giardino per dargli un’opinione su una panchina che voleva far costruire da un fabbro; spostare le quinte della zona di posa per farmi capire come funzionavano.

Mi mandò persino in camera sua ad aprire cassetti per vedere non ricordo più cosa. La segretaria e la governante erano in acido totale, starnazzando: “My Lord, my Lord, the lady is in your bedroom!”, letteralmente con le mani tra i capelli, mentre lui da sotto: “Lasciatela stare, l’ho mandata io: ha libero accesso a tutto quello che vuole!”. Lo sentivo ridere, e da un piano all’altro vedevo quegli occhi azzurri sprizzare un’energia e un divertimento che raramente si trovano nei bambini di sei anni.

Mi sono sempre chiesta se tutta questa ospitalità fosse dovuta al fatto che non ricevesse molte visite, ma sembra veramente improbabile: a 77 anni era appena tornato dall’India dove aveva scattato un intero libro che stava editando da solo (mi mostrò i quaderni scolastici in cui aveva incollato i provini e scritto le didascalie di suo pugno).
Dalla sua sedia a rotelle era molto attivo, e non solo intellettualmente: viaggiava, faceva figli (ne aveva appena riconosciuto uno avuto con una giornalista di una rivista patinata!!), insegnava ai nipotini a disegnare (“non a fotografare, prima bisogna saper disegnare”).
Insomma, non poteva mancargli la compagnia: era semplicemente un vulcano di curiosità che amava stimolare chi gli stava di fronte a farsi delle domande. Credo che ne abbia fatte più lui a me nelle quattro ore che abbiamo passato insieme di quante ne abbia fatte io a lui. E io ero quella con il taccuino.

Tipicamente:
“Cosa vede lì?”
“Er… dunque…”
“Pensi! Ragioni! Sta osservando il dettaglio giusto, o quello inutile?”

David aveva accennato al fatto che con i suoi genitori gli esami non finivano mai, che spingevano lui e sua sorella Sarah a mettere le mani dappertutto, a sporcarsi, ad assaggiare, ad annusare.
E gli standard nella famiglia Armstrong-Jones/Windsor erano evidentemente altini: quando il discorso finì sulle Alpi, My Lord mi chiese se sciavo splendidamente. Non se sapessi sciare.
Quando menzionai che vivo a Genova, “Ah, durante la guerra siamo sfollati a Portofino con il nostro yacht, ma siccome la benzina era razionata non potevamo andare da nessuna parte. Stavamo solo lì nella baia. Scendevamo a terra per andare a mangiare allo Splendido… anche lei ci va sempre?”. Umm, non esattamente (lo Splendido, come dice il nome, è uno degli hotel di lusso più famosi del mondo; penso che un cracker lì costi 20 euro, e neanche al tavolo).

Della sua vita con Margaret mi parlò con molto affetto, nonostante la famigerata acrimonia con cui si concluse il loro matrimonio. Non ho più gli appunti e le registrazioni di quel giorno, ma ricordo che disse l’aveva amata moltissimo.

Raccontò delle fuitine notturne in moto che si vedono anche in The Crown, e che fu lui a farle maneggiare per la prima volta dei contanti: lei aveva 27 anni e mai nella sua vita aveva toccato dei soldi!
Quella malinconia e quell’arrivismo descritti nella serie di Netflix sembrano romanzare qualcosa che non metto in dubbio ci fosse (mi fido degli sceneggiatori), ma che quel giorno, quasi 40 anni dopo le nozze, non trasparivano affatto dalle sue parole.

Principessa Margaret
Margaret fotografata dal marito nel bagno di casa. Il piede che si vede nell’angolo è il suo: da bambino era stato colpito dalla poliomelite, per cui anche da giovane doveva spesso usare un bastone per camminare. Photo © Snowdon / Camera Press.

Prima che “Tony” mi spedisse a visitare la casa dei suoi nonni solo perché en passant avevo detto che ero appassionata di tutto ciò che è vittoriano (un museo che allora era chiuso al pubblico, che con due telefonate fece aprire nel giro di mezzora, procurandomi pure una visita guidata), presi coraggio e provai a farmi fare una foto.

diana by snowdon
Diana fotografata da Snowdon nella sua camicia azzurra

Mi aveva appena fatto vedere la sua camicia azzurra e spiegato che la usava per far spogliare le persone del loro personaggio, obbligando i suoi soggetti ad indossarla; Jack Nicholson, Tony Blair e la Principessa Diana sono stati ritratti con quella camicia. Fingendo indifferenza come la pessima attrice che sono, gli chiesi come avrebbe fotografato me – come se stessi facendo una domanda generica, sperando ovviamente che me l’avrebbe dimostrato lì per lì.

Sorrise malizioso fissandomi negli occhi. Non disse “accà niscuno è fesso” perché era troppo educato per farlo, ma lasciai quella silenziosa e frondosa via di Kensington senza una polaroid d’autore, di me in camicia azzurra.

Non ho avuto il mio ritratto, ma una dedica sì…
Abbiamo sfogliato insieme questa antologia di sue foto; tra gli appunti che ho preso…

Sei in crisi di astinenza da The Crown? Ti consiglio io altre serie inglesi come si deve: i “costumoni” ora su Netflix 🙂

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