Top 5 dei mesi – estate 2021

Quando tuo figlio ti dà della vecchia, apri il baule dei ricordi di quando eri giovane…

1° cosa – Le nerdiadi

Mario davanti l’Apple Store

Anzi le geekiadi – perché la sapete la differenza tra geek e nerd?

Sei geek se godi come una biscia ogni volta che su qualche reddit con 8 follower viene creato un meme sull’uscita di nuovo prodotto tecnologico. Phon che succhiano CO2, app che ti dicono che ore sono, Elon Musk che dice buongiornisssssimokaffè su Twitter. Se è nuovo, se non è analogico, se in Giappone lo fanno già… lo ami alla follia nel modo più democratico, trasversale e orizzontale. Fino al prossimo reel di Jeff Bezos.

Sei nerd se hai una conoscenza approfondita, verticale, ossessiva su un argomento. Cani da slitta, algoritmi a base 2, bebop del Village tra il 1956 e 1962. Non sono gli occhiali spessi, le penne nel taschino della camicia a mezze maniche e le mani sudate a renderti nerd: sono gli amici che ti usano come Wikipedia.

Mio figlio Mario, oltre a un Gekko, è un geek: tremava dalla gioia quando, dentro l’Apple Store di Milano, gli ho detto che gli regalavo un AirTag come souvenir della nostra piccola vacanza meneghina.

Ci siamo infatti presi tre giorni per andare a trovare il nipotino e smarcare una lista di posti che Mario desiderava vedere da tempo: il negozio della Tesla (dove lumi le macchine in mezzo ai geek), il Crazy Cat Cafè (dove fai colazione in mezzo ai gatti), il MoBa (dove ceni in mezzo ai gamer). A corollario: fontana in Gae Aulenti, Disney Store, Lego store, Gap, Wagamama, foto di rito in Galleria con i sacchetti dello shopping.

Ho potuto vedere il mio 12enne in azione in mezzo alle cose che lo appassionano, frenando la lingua che voleva dire “Ma i vestiti usati sono più sostenibili! Non ti serve un AirTag ti serve mettere le chiavi sempre nello stesso posto! TREEUROPERUNOSCHIFOSODONUTINDUSTRALESIAMOMATTI!”.

Perché se non mi faccio da parte, ogni tanto, non posso vedere come sta fiorendo e crescendo mio figlio.

Non l’avevo potuto guardare nel primo giorno più bello della sua vita, ma questi tre giorni di geekiadi sono stati tutti per noi due e li ricorderò per sempre.

2° cosa – Sì, viaggiare

Viaggiare in autostrada con un geek significa avere un installatore di app nel sedile del passeggero che scarica, risetta e armeggia sullo schermo.

Tra quelle di navigazione, la mia app preferita è Waze: la più aggiornata sul traffico in tempo reale e la più simpatica, perché puoi impostare la voce che ti guida: abbiamo avuto Batman e Morgan Freeman, ora abbiamo Boy George.

Mario non ha 50 anni, e giustamente non lo conosce, ma ha riso tantissimo ogni volta che arrivando a una rotonda diceva “prendi la terza uscita, du du du da da da”, o “c’è un ostacolo sulla strada poco più avanti: forse qualcuno ha rovesciato il suo tè?”. Quando parti canta “everyday it’s like survivor, you’re my lover, not my driver”, quando arrivi dice “ti aspetto per una tazza di tè” e ti manda un bacione smakkoso mooolto camp.

Il segnalino che si vede sulla mappa è una Rolls Royce dorata. L’ho già detto che è mooolto camp?

Per il mio preadolescente è stato comunque molto #cringe e #disagio, bro, vedere sua mamma che canta mentre guida a 130km/h.

A quanto pare se conosci il testo di “Shake it off” sei proprio una boomer.

Se ti mordi il labbro convinta tra il bridge e il ritornello sei proprio una boomer.

Se fai #raisetheroof con Missy Elliott sei proprio una boomer.

Se quando mandi un messaggio usi GIF e emoji sei proprio una boomer (questa informazione mi è arrivata aggratis, perché ovviamente non stavo chattando mentre guidavo).

A niente vale spiegare che i Baby Boomer sono nati tra il 1946 e il 1964.

I Gen X tra il 1965 e il 1980.

I Gen Y (o millennial) tra il 1981 e il 1996.

I Gen Z tra il 1997 e il 2012.

Per un Gen Z, tutto quello che c’è prima è boomer e va preso in giro.

Mario reacts to my Instagram Stories

Ma fa parte del gioco: è il terzo adolescente che tiro su e che mi sfotte. Verrà il momento anche per lui di guardarsi indietro e scoprire che…

3° cosa – Ok, boomer

… la sua generazione non si è inventata niente.

Ho gli esempi per dimostrarlo.

Il mio primo giorno di vera vacanza l’ho impiegato mettendo ordine alle mie cose personali della vita pre-matrimoniale, per fare della sana “pulizia pre-morte” – o döstädning, come la chiamano gli svedesi: una gentilezza nei confronti dei propri eredi e una protezione della propria privacy.

Non ricordavo che nei tempi antichi, quelli in cui non ci si parlava attraverso Discord ma mettendo il dito nei buchi di un disco grigio che faceva tttrrrrr trrrrr e monopolizzando l’unico canale di comunicazione disponibile ad una intera famiglia per passarsi informazioni vitali quali “allora tu ti metti con John Taylor e io con Simon Le Bon e andiamo in crociera alle Maldive e io mi metto il vestito rosa fosforescente” – in quei tempi antichi lì si chattava già, ci si scambiavano i meme, si sollecitavano foto, si mandavano sticker e ci si facevano ritratti #moodoftheday.

Chat: quaderno dedicato a conversare tra compagne di banco e vicine di casa.

35 anni dopo, non ho idea di chi fosse Riccardo C. #LOLZ

Meme: vignette e caricature autoprodotte basate su lessico e situazioni familiari; se venivano particolarmente bene viaggiavano in forma di pizzino da una classe all’altra.

Ritratto stilizzato di un ragazzo che piaceva a me e alle mie amiche. Non potendo stalkarlo su Tik Tok, ci passavamo ‘sto foglietto per sospirare sui suoi bei capelli neri.

Sticker: letteralmente, adesivi comprati all’edicola in bustine in cui poteva esserci di tutto (ricordo che sono quasi morta per l’emozione quando ci ho trovato il ritratto di John Travolta); uno sticker di Fiorucci apposto sul diario dell’amica era più di un regalo: un segno di devozione eterna.

Sticker di Instagram, scansateve propria.

Sexting & nick: via cartolina geolocalizzata (Milano, da cui il nick “Alex the Milan”).

Foto da influencer: scattate dalle amiche che studiavano fotografia all’Accademia di Belle Arti, con grande sfoggio di grooming e styling, financo filtrate dalla stampa autarchica in camera oscura.

20 anni. Se avessi avuto Instagram nel 1989 probabilmente l’avrei postata con una citazione da Bukowski sotto [emoji della scimmia che si copre gli occhi per l’imbarazzo]

C’era già tutto insomma.

Più lento, più intimo, più locale, ma c’era già tutto.

E vorrei dire, citando la reazione di mio figlio Pietro alla vista di queste foto #supercringe, che pure “Taylor Swift non si è inventata niente”.

A parte delle canzoni bellissime.

4° cosa – Le ali della libertà

Insieme agli imbarazzanti diari di ragazzina (CHE I MIEI EREDI BRUCERANNO DIRETTAMENTE NELLE SCATOLE IN CUI SI TROVANO SENNÒ AGITERÒ LE CATENE NEI CORRIDOI DELLE LORO CASE E FARÒ UUUUH-UUUUH TUTTE LE NOTTI FINCHÉ CAMPANO), insieme alle foto imbarazzanti, insieme ai disegni imbarazzanti e ai ninnoli imbarazzanti…

…ho trovato anche due reperti che mi hanno fatto stare male davvero.

Un foglio con tre versioni da tradurre, scritte a mano dalla famigerata professoressa del ginnasio, che non citerò così come non si cita Voldemort (anzi, Voldemort come vedete è più citabile di lei).

E un tema con il suo famigerato giudizio “Se continui così mia cara, buttandoti l’impegno dietro le spalle, saranno guai”.

La sola vista della sua grafia mi ha istantaneamente chiuso lo stomaco e fatto annebbiare la vista.

Non era una professoressa severa: la severità unita all’imparzialità (e all’autorevolezza, si intende) è un’occasione di crescita per tutti.

Lei era vessatoria. Era infida e perfino bugiarda. Godeva nell’umiliare i suoi alunni (a me fece una cosa irripetibile, davanti a tutta la classe, che nemmeno il più bravo psicanalista scoprirà mai).

Davanti alla sua inconfondibile calligrafia, ho riflettuto su quanto sono stata fortunata a potermene tirare fuori, ad avere una famiglia che capì che dovevo cambiare scuola, e a trovare poi sulla mia strada una tripletta di professoresse (italiano, francese e inglese) che restaurarono la mia autostima e mi misero le ali.

Ho sentito quanto le parole e i comportamenti cattivi della mia Voldemort facessero ancora male –  ma solo per un attimo, perché ho ormai la maturità per capire che non ero io a non valere niente (come disse a mio padre), ma era lei ad essere una persona brutta e piccola, che compensava chissà quale sua tara rovinando la vita a decine di adolescenti, umiliati, scioccati e bloccati in una sorta di “arrested development”. Basta pensare ai miei otto compagni di classe bocciati a giugno il primo anno, dopo essere stati presi in giro ogni giorno, per mesi, e attirati dentro interrogazioni-tranello per fargli prendere voti insufficienti.

Ho pensato che oggi simili comportamenti non sarebbero più tollerati, che questa pedagogia nera dickensiana si estinguerà prima o poi, che Camelia e Ermione, le gemelle di una cara amica, hanno avuto giusto quest’estate per il loro esame di terza media il tipo di incoraggiamento dai loro insegnanti che davvero mette le ali: quello che ti dice che hai lavorato bene, che sei capace, che puoi essere quello che vuoi.

SEMPRE incoraggiare. MAI scoraggiare.

E pensando a queste due ragazzine, che hanno gli stessi interessi che avevo io alla loro età, che hanno degli adulti influenti che credono in loro, adulti che invece di spezzarle solo perché possono farlo, le elevano e gli fanno spiccare il volo… beh, mi sono commossa parecchio.

5° cosa – Un sano investimento

“Quando invecchi diventi più emotiva: non perché hai gli ormoni e la menopausa, ma perché sei più forte e puoi essere più aperta a lasciarti toccare”.

Questa perla viene da Salma Hayek, che ho scoperto essere una donna simpaticissima, saggia e piena di empatia.

Era seduta al tavolo di cucina in videochiamata con Jada Pinkett-Smith (se ve la cavate con l’inglese, seguite i suoi giustamente premiatissimi Red Table Talk), e tra un candido annuncio e l’altro (“mi sono cresciute ancora le tette, sono scomode!”) ha detto questa cosa che mi ha colpita parecchio.

Alzi la mano chi qui è una femmina di mezza età e non ha la lacrima facilissssssssima. Ecco, infatti, non ne vedo nemmeno una.

Personalmente, la mia furtiva lagrima non l’ho mai percepita come una debolezza, ma come un segno di “forte sentire” – un potere, anzi un super-potere come il “senso di ragno” di Spiderman.

Certo, ha i suoi contro. So che mette in difficoltà i miei interlocutori e quindi non posso andare a briglia sciolta (“… e poi la volpe con la zampina incastrata nell’albero… uaaahhhh… è stata liberata… uaaaahh”).

Ma non abdicherei mai il mio potere di sentire tutto tanto tanto intensamente con il corpo e con la mente.

La vulnerabilità è bella. È forte.

L’esempio di Simone Biles, che ha deciso di ritirarsi dalle Olimpiadi per tutelare la sua salute mentale e poi di ripresentarsi per l’ultima gara – l’esempio della libertà di decidere di uscire e soprattutto di rientrare, in barba a tutto l’hype, a tutte le aspettative di invincibilità, a tutti troll – quell’esempio per me è stato fondamentale questa estate.

Perché come ha brillantemente scritto Michela Murgia in un bellissimo articolo su Repubblica, vulnerabilità e debolezza sono termini troppo spesso usati erroneamente come sinonimi.

Debolezza significa mancare di una forza, morale o fisica.

Vulnerabilità significa tollerare la possibilità di subire una ferita, morale o fisica. Achille era vulnerabile nel suo tallone, ma nessuno direbbe mai che era debole.

La vulnerabilità non è quindi una negazione di forza, ma un’affermazione dei propri limiti.

E conoscere i propri limiti ci salva la pelle: dalla tigre che ci si para davanti nella giungla, dal tuffo dallo scoglio troppo alto, dalla pressione della gara che ci farebbe perdere la testa.

Nel mio caso, l’ammissione di vulnerabilità mi ha portata ad abbracciare l’esaurimento fisico e mentale con cui sono arrivata arrancando alle vacanze; a dirgli che lo riconoscevo e che avrebbe avuto la precedenza sulla ripresa del lavoro che (proprio perché ero troppo stanca per poter essere efficiente) si era spinto fino a metà delle ferie; a portarlo a letto con me insieme a un buon libro e a quel sonno stupefatto dei pomeriggi afosi, con la bavetta sul cuscino, e i capelli bagnati di sudore.

La vulnerabilità accolta con riconoscenza mi ha fatto dire di no a qualsiasi invito a casa degli altri ed autoinvito a casa mia; a non fare un viaggio e a non sentirne la mancanza; a dirmi, credendoci, che se perdevo traffico perché non postavo niente su Instagram o sul blog per tre settimane non era per niente grave.

“Se non trovi il tempo per il tuo benessere, sarai costretto a trovare il tempo per la tua malattia” – è una frase che la mia molto saggia amica Raffaella di BabyGreen ha mandato nel suo gruppo Telegram (iscrivetevi anche voi qui) a inizio luglio.

Appena l’ho letta mi ha fatto arrabbiare perché sapeva proprio di gufata infame, ma si è infilata come una freccia nel mio tallone stakanovista.

Lì è rimasta, e ha dato i suoi frutti in agosto.

Infatti sto scrivendo dal divano dalla casa delle vacanze, dove ho deciso di rimanere una settimana in più rispetto al previsto. Ninja e Sugar dormono sul terrazzo. Mi piace tanto guardarli quando dormono vicini.

Sì, sto scrivendo per il blog, ma mi va di farlo. Tre giorni fa mi sarei rifiutata di aprire il portatile.

Quindi funziona.

Investire nella propria vulnerabilità funziona.

Appendice – quaderni degli anni ’80

Ve li ricordate? Vi ricordate l’emozione di andare nella cartoleria preferita a farsi “il corredo” prima dell’inizio della scuola? Le settimane passate a decorare i diari? Il profumo delle gomme e dei lapis? L’astuccio nuovo, la cinghia per i libri?

LA CARTELLA?!

Voi quali avevate??

Cakemania, eco food blog di Sasha Carnevali