Top 5 del mese: 4 cose belle e una anche no – aprile 2016

aprile 2016Ogni mese vi racconto le cose mi hanno colpito: nel bene soprattutto, ma anche nel male.
I cinnamon roll con un segreto confessabile, Pilates, Ninja, il lessico famigliare e gli zuccheri nascosti hanno segnato questo aprile 2016.

1° cosa bella – i cinnamon roll (quelli degli altri)

I cinnamon roll di Paula Deen
I cinnamon roll di Paula Deen

La salivazione parte a manetta ogni volta che vedo una foto dei cinnamon roll. E Instagram ne è pieno, tutti i giorni. Ne sento il profumo di lievito, la morbidezza che si sfalda tra le mani, l’appiccicoso zucchero di canna fermato dalla glassa.
Non so bene perché mi sia sempre proibita di farli: da una parte sapevo che avrei spazzolato via una teglia tutta da sola prima che i roll potessero scendere sotto i 30°. Mi vedevo raggomitolata in un angolo della cucina, china sulla teglia bollente, con le dita che la tengono serrata contro il mio petto, a guardare voi tutti verso l’alto con occhi affilati e pieni di sospetto, aggressività e istinto di sopravvivenza: il mio tesssssoro, il mio tessssoro…
Dall’altra una rispettosa ritrosia mi carpisce davanti alcuni cibi particolarmente prelibati, per cui lascio ad altri più esperti l’onore di prepararli. E a me l’onere di mangiarli dopo.
Ho temporeggiato per anni comprando quelli mignon dell’Ikea e scaldandoli in forno la domenica mattina quando non ho avuto voglia/tempo di fare i pancake (vi ho raccontato qui perché).
Poi ho fatto amicizia con Betul che non mi fa più mancare i suoi kuru baklava, i cinnamon roll turchi, quando la vado a trovare o lei viene da me (la ricetta è qui).
Finché, guardando Masterchef USA con il figlio di mezzo, in uno di quei dopo-pranzo sul divano di cui devo ricordarmi di usufruire più spesso, ho beccato un pressure test in cui i concorrenti dovevano proprio fare dei cinnamon roll in 45 minuti. 45 minuti!! E come potevano lievitare bene?? Infatti erano rimasti quasi tutti crudi.
Però la voglia matta a quel punto era scattata.
Finita la gara, Pietro si è girato verso di me e ha dichiarato fermamente: “Adesso li fai”. E prima che potesse iniziare la solita nenia del “perché non c’è un dolce in questa casa? C’è pure scritto Cakemania sul campanello!” ho tirato fuori farina, burro, uova, zucchero e cannella e ho vinto il demone di Gollum.
Pensando fra l’altro, così metto la ricetta sul sito, che manca proprio.
Solo che l’impasto, dalla consistenza favolosamente elastica, non ne voleva sapere di raddoppiare di volume. Un pomeriggio intero a lievitare al calduccio e ad essere massaggiato e smanuschiato come un vitello di Kobe, ma niente.
Nemmeno in cottura le girelle sono cresciute sensibilmente.

cinnamon roll
I miei cinnamon roll

La morale è: se vuoi i cinnamon roll piccoli e “nifiti” (come si dice in Toscana) segui la ricetta di Paula Deen, ma usa del lievito di birra liofilizzato scaduto da una settimana.
Sembrano quelli mignon dell’Ikea che scaldi in forno la domenica mattina quando non hai avuto voglia/tempo di fare i pancake. E potrai vantarti che solo tu conosci il segreto per fare un dolce in casa che può essere scambiato per uno industriale!

2° cosa bella – Pilates

Pilates
Pilates, roba da sanatorio/bordello

Non avrei MAI creduto di poter rimettere piede in una palestra dopo 30 anni di assenza da quei luoghi parquettati, pieni di specchi come una galleria del luna park, e puzzolenti del sudore altrui.
Lo sport per me è una cosa privata, da fare con grande pudicizia.
Siccome sto all’atleta come il monopattino sta alla Ferrari, sono conscia di quanto arrechi imbarazzo a me e quanto offenda la vista dei passanti lo spettacolo di varietà della “Sasha che fa sport”: dove mi falla la coordinazione, non mi aiuta per niente la mancanza di forza.
Sono la versione sportiva di Woody Allen che dice “non sono un bravo amante, ma almeno duro poco”.
E così devo porgere una corona d’allori alla mia amica Chiara perché convincermi a provare Pilates è una sua grande vittoria morale. Grandissima, perché dopo un paio di mesi, ho deciso di passare da una a due lezioni alla settimana!
Credo che quello che mi faccia sentire a mio agio più che in altre situazioni ginniche sia l’aspetto quasi medicale di questa disciplina, nata infatti come rieducazione per i reduci della Prima Guerra Mondiale. Sento insomma che sto facendo una cosa per la mia salute più che per la mia vanità.
E la mia inettitudine viene nel frattempo domata dalla mia istruttrice, che mi sta sempre col fiato sul collo e non si fa scrupoli di puntarmi un bastone nello stomaco se non lo chiudo “a pugno” e non tengo giù le spalle come komandafa Joseph Pilates.
Questo metodo su di me funziona, mi rassoda e mi raddrizza forse proprio perché alla mia istruttrice non si può disobbedire: è una specie di amazzone, o meglio di scita – una delle antiche guerriere della Scizia, da cui è scaturito poi il mito delle amazzoni (vi rimando a una nota a pie’ di pagina sull’argomento: ho un amico che ha scritto due libri su questo, e non perde occasione per catechizzarmi. Così mi sono fatta fare un riassuntino, per la serie “forse non tutti sanno che”).
Alta, bionda, occhi verdi, zigomi taglienti, culo scolpito a un metro e mezzo da terra inguainato in leggins fatti con lo stesso materiale delle tutine dei Fantastici Quattro (supercotonium luccicantis?), è davvero una mistress perfettamente posizionata in mezzo agli attrezzi inventati da Herr Pilates negli anni ’20, che fra lacci, manette di peluche e sbarre fanno molto bondage/kinky/Portiere di notte.
L’altro trucco per far funzionare Pilates è comprare una tessera da 10 lezioni prepagate, così ti senti in colpa se non vai a farti sgridare e bastonare dalla tua mistress scita.

3° cosa bella – Ninja

ninja kitten
Ninja ignora il mouse (battutona)

Se pensavo che mai avrei rimesso piede in una palestra dopo l’aerobica dei 15 anni, ancora meno pensavo che avrei preso un gatto.
Mi sono sempre piaciuti i cani, e per i gatti ho proprio sempre nutrito una genuina, reciprocata antipatia.
Solo che mi è nato un figlio gattaro: di quelli che non notano i bau per strada, ma si buttano dal passeggino se a due isolati di distanza passa un miao. Di quelli che a scuola vanno con l’astuccio dei gattini, in camera hanno il calendario dei gattini, vanno a dormire con un peluche di gattino e a quello danno il bacino di buongiorno prima di darlo alla mamma.
Così alla fine ho ceduto alle sue strazianti richieste, e dopo la fine sono riuscita ad esasperare tanto il marito (“povero bambino, lo desidera tanto, è quasi figlio unico, con questi fratelli tanto più grandi!”) che abbiamo adottato un micio di 50 giorni bianco e rosso con gli occhi blu, che abbiamo chiamato Ninja.
E che in due giorni è diventato il padrone di casa rendendoci tutti schiavi della sua adorabilità. Ma azzerbinati proprio.
Io in particolare, perché mi si arrampica addosso, fa il giro del mio collo passando dietro ai capelli, e poi mi mette le zampine sulle guance e mi lecca il mento.

Foto del 28-04-16 alle 17.04 #4 (1) Mentre cerco di lavorare…

In questo momento sta dormendo sulle mie gambe, sotto la mia mano sinistra. Scrivo solo con due dita della mano destra… e questo è un post luuuungo.
Tra Ninja e Pilates, non ho più una volontà mia.

4° cosa bella – Lessico famigliare

Oggi ho scoperto che i peyote sembrano dei cactus
Oggi ho scoperto che i peyote sembrano dei cactus

A scuola ce l’hanno fatto leggere a tutti, “Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg. Ma è uno di quei libri che apprezzi di più quando sei grande, ti sei fatto la tua famiglia e capisci davvero cosa vuol dire costruire un linguaggio privato con le persone care. Un libro bellissimo che consiglio di leggere a tutti genitori: è l’età giusta perché è sia vicina a quella dei bambini che a quella dei nonni.

Cos’è il lessico famigliare? Per la Ginzburg sono le singole parole che significano una storia intera, che fanno ridere appena pronunciate, che a volte non devono nemmeno essere pronunciate: basta uno sguardo d’intesa per capire che stiamo pensando la stessa cosa.
Il lessico famigliare è quello interno al nostro nucleo genetico. Ma c’è secondo me anche un lessico familiare: quello che unisce gli amici, il quartiere, i colleghi, una nazione intera.
Entrambi tessono la trama del nostro vissuto sociale, entrambi sono irrinunciabili alla nostra vicenda individuale.
Se dico “vado a peyote” vuol dire che sto parlando con mio marito: è come lui chiama Pilates, un po’ per il divertimento di storpiare la parola, un po’ perché non riesce a credere che mi stia impegnando in un’attività sportiva. Tipo che forse la mistress mi droga senza che io me ne accorga.
Se dico “smou-sou” lo capiamo solo io, mio marito e i miei figli: quando il nostro primogenito andava all’asilo, uscirono gli “small soldiers”, dei banali soldatini di plastica glorificati da un nome inglese e da un film di animazione. Lui li aveva visti in mano agli amici e sapeva che li voleva, ma sapeva anche che non aveva capito bene il nome. Così quando ci chiese questo regalo fece tutta una parafrasi girandoci intorno, prima di dire, dopo una pausa imbarazzata e con gli occhi bassi, che si chiamavano “smou-sou”. Da allora, quando qualcuno sbaglia una pronuncia, non conosce un termine esatto, o più generalmente farfuglia qualcosa perché non sa di cosa sta parlando… quello è uno smou-sou.
Se dico “decoratizia” lo capiamo io, mio marito, i miei figli e la famiglia dei nostri amici, i Bardi: è una crasi di “decorazione natalizia” uscita dalla bocca del loro figlio Lorenzo quando era piccolo. Un termine così carino ed efficace che anche sugli scatoloni che in casa nostra contengono palline e lucine c’è scritto “decoratizie”.
Se dico “è una lirica galego-portoghese”, il giro degli amici dell’università che con me seguiva un certo pallosissimo corso di filologia romanza, sa che sto definendo in codice una inutile rottura di scatole (anche se, in realtà, nel 1990 le liriche galego-portoghesi del 1100 hanno prodotto qualcosa di buono: dei fantastici appunti in forma di fumetto dell’amico Gianfranco, che ancora conservo dopo aver fatto finta di averli persi).
Se dico “hai visto Slitta stamattina?” nel paese di mare dove passiamo le vacanze estive, tutti sanno che sto parlando del signore che si veste solo di bianco e che viene letteralmente trascinato lungo i marciapiedi dal suo Husky al guinzaglio.
Se dico “è una cena elegante”, spero che mi capiscano solo in Italia. Anche se gli amici stranieri non hanno ancora smesso di menzionare il bunga-bunga che di quelle cene eleganti era la ciliegina sulla torta.

Una cosa che anche no – lo zucchero nascostojamie oliver sugar rush

Ve lo dico senza mezzi termini: sono rimasta scioccata da “Sugar Rush”, il documentario prodotto e condotto da Jamie Oliver per sensibilizzare sui danni che l’eccessivo consumo di zuccheri aggiunti procurano alla nostra salute.
E credetemi, si fa presto a dire eccessivo: 7 cucchiaini al giorno sono il massimo consentito ad un adulto.
Dal settimo all’undicesimo minuto potete vedere il più famoso chef televisivo del mondo misurare quanto zucchero contengono dei pasti dall’aspetto sano: latte, cereali integrali, yogurt magro, mirtilli e succo d’arancia a colazione; crema di pomodoro e due fette di pane a pranzo; un’acqua aromatizzata e una barretta di cereali a merenda; uno stir fry di verdure con salsa allo zenzero per cena.
Niente fast food insomma, ma un’apparentemente equilibrato menu giornaliero che contiene, alla fine, ben… 36 cucchiaini di zucchero!!!
Gli zuccheri nascosti sono insomma il vero problema della dieta contemporanea: se mangi una torta sai cosa stai facendo; se mangi un piatto di verdure saltate con salsa speziata pronta, forse no.
Le bevande gassate sono forse la fonte peggiore di questi zuccheri. Questa famosa foto dice più di mille parole:

sugar in drinks

Le conseguenze sono orride: Jamie Oliver passa da un reparto ospedaliero di odontoiatria pediatrica, dove ogni giorno vengono operati cinque o sei bambini in anestesia totale per l’estrazione di più denti marci in un colpo solo. Bambini che vivono a Londra, in famiglie borghesi che visitano il dentista regolarmente e che sanno lavarsi i denti e lo fanno più volte al giorno. Ma come dice il medico intervistato, non c’è livello di igiene che possa combattere un’assunzione di zuccheri massiccia fatta di succhi di frutta, merendine e caramelle.
Si passa poi al reparto amputazioni, dove pazienti di mezza età che neanche sapevano di avere il diabete si sono ritrovate senza piedi, o addirittura senza gambe, per una cancrena improvvisa. Nel Regno Unito queste operazioni vengono fatte 7000 volte all’anno: significa che 130 persone ogni settimana perdono un arto a causa del diabete.
Oliver punta la sua crociata contro questi due nemici: facili da vedere vicini a noi, e soprattutto ai nostri bambini. Fa bene, perché l’effetto shock funziona anche su una cakemaniaca indefessa come me.
Ma non dice altre cose che è importante sapere: un eccessivo consumo di zuccheri raffinati è stato collegato all’insorgere dell’Alzheimer e dei tumori. Ai pazienti oncologici viene infatti raccomandato di evitare cibi dolcificati per meglio aiutare l’organismo a combattere la malattia. Purtroppo ve lo posso certificare personalmente.
Questo non vuol dire che non possiamo farci mai una torta o mangiare un cioccolatino la sera, guardando un film.
Il nostro corpo ha bisogno di calorie per produrre energia e far funzionare il cervello: e gli zuccheri sono indispensabili per questo.
Bisogna sapersi solo regolare. Sapere cosa facciamo.
Ed eventualmente, farci dare una mano dalla legge.
Il comico americano Jerry Seinfeld diceva: “una testa che non capisce a cosa le serva il casco, è una testa che non vale la pena proteggere”. Beh, se davvero abbiamo bisogno di una legge che impone l’uso del casco in moto, forse abbiamo anche bisogno di una legge che limiti il nostro uso di cibi dolcificati “a tradimento”.
Di una sugar tax, una gabella come quella imposta in Messico sulle bevande gassate che lì vengono date anche ai neonati nel biberon (a questo porta non avere l’acqua potabile!), e come quella che Jamie Oliver è riuscito a far passare dal governo inglese grazie a questa sua campagna di sensibilizzazione, e che sarà attiva dal 2018.

 

Nota a pie’ di pagina…

Sulle guerriere scite, Stefano Andres, avvocato latinista e grecista, ha scritto a beneficio del popolo cakemaniaco:
“Nell’Antichità si indicava con il nome di Scizia una vasta regione posta ‒ senza troppa precisione ‒ a nord del mar Nero e con il nome di Sciti venivano identificate le popolazioni che la abitavano. Si trattava di nomadi di origine indoeuropea e appartenenti al ceppo iranico, che occuparono tali zone a partire dal VII secolo a. C. provenendo dall’Asia centrale.
Proprio in virtù dello stile di vita nomade, le donne di queste società godevano di un notevole status sociale. Al pari degli uomini, cavalcavano, si tatuavano simboli clanici e partecipavano alla caccia e alla guerra (quanto meno alle operazioni difensive). Tali notizie non solo ci sono confermate dalle fonti scritte greche e latine, ma anche dai recenti ritrovamenti archeologici: grazie agli esami ossei, è stato possibile appurare che molte sepolture che sono state rinvenute contenevano resti di donne inumate con armi e – talvolta – con i propri cavalli, le quali ancora recavano tracce di ferite e postumi di aggressioni fisiche.
Lo status  delle nordiche donne delle steppe colpì l’immaginario dei Greci (che con gli Sciti avevano forti legami economici, politici e culturali) e contribuì all’elaborazione della saga delle Amazzoni, il popolo di donne guerriere che mira a imporsi con la forza sugli uomini e sulle società maschili. Non a caso molti autori antichi ponevano in Scizia il regno delle Amazoni o comunque raccontavano che le Amazzoni provenivano proprio dalla Scizia. I Greci, la cui cultura e struttura sociale era fallocratica e patriarcale, non potevano che proiettare in questo “mito” tutte le loro profonde paure: il mondo capovolto per antonomasia è quello in cui le donne prendono il potere e schiavizzano l’uomo, permettendogli di esistere solo per farle generare delle figlie.  I miti amazzonici più antichi celebrano infatti le gesta degli eroi contro le terribili donne guerriere, grazie alle quali l’ordine viene ristabilito: Eracle, Teseo, Achille…
A partire dalla tarda antichità fino al medioevo alcuni fonti localizzeranno sempre più a nord la terra delle Amazzoni, dalla Germania fino alla Scandinavia, in terre sempre più remote popolati da esseri mostruosi o semiferini, come le Amazzoni appunto.
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