Top 5 del mese – 4 cose belle e una anche no – gennaio 2019

Avete notato che come buon proposito dell’anno nuovo tutti annunciano urbi et orbi che vogliono prendersi cura di se stessi, e nessuno parla di prendersi cura degli altri? E allora mi chiedo: esiste un un modo buono di essere egoisti? Secondo me sì, ed è pure altruista…

1° cosa bella – buono, old style

Vignetta di Lorenzo Calza
Uno yo-yo, uno specchio, un selfie? Vignetta di Lorenzo Calza (grazie)

Avete sicuramente notato che quando arriva gennaio i social, i blog e la stampa si riempiono di quelli che vengono definiti buoni propositi. Avrete notato anche che – curiosamente – questi “buoni” propositi sono sempre più rivolti verso noi stessi.

“Quest’anno mi prenderò più cura di me, quest’anno mi amerò di più, quest’anno dedicherò più tempo ai miei interessi, quest’anno farò un corso di zumba/russo/cucina vegana, quest’anno farò un viaggio da sola/con le mie amiche”, e l’evergreen “quest’anno taglierò i rapporti con le persone negative/tristi/che mi abbassano l’umore”.

Btw – se suona tutto come se fosse detto esclusivamente da donne è perché questa è la mia esperienza personale: seguo principalmente donne blogger, giornaliste e scrittrici; ma comunque voli pindarici sui buoni propositi scritti da uomini ne ho ancora da leggere in questa mia vita.

E vi chiedo: anche voi avete notato che di anno in anno questa sottesa lagna rancorosa del “sono schiava degli altri” aumenta sempre di più? Che c’è più gente che si lagna, e che si lagna di più e su più cose?

Questi discorsi rivelano un atteggiamento passivo-aggressivo che (nella mia non umile opinione) ha poco o niente di solare e buono.

È quella nenia del “son buona e cara, eh, ma se mi pungono…”, che significa esattamente che siamo buone solo quando non dobbiamo dimostrare di esserlo, cioè nelle avversità.

Abbiamo una madre senile e assillante che telefona tre volte al giorno?
Un capo che ci fa finire la pratica quando volevamo andare dal parrucchiere?
L’amica malata da accompagnare dai medici?
I figli con gli allenamenti di calcio tutti i giorni e la partita la domenica?

Eh beh, questa la vita di una donna adulta. Fa parte dell’avere ancora un genitore, un lavoro, delle amiche, dei figli – che è molto meglio che non averli.

Riflettiamo su come sarebbe la nostra giornata se sentissimo il bisogno di parlare con la mamma e lei non ci fosse più.
Se non potessimo permetterci il parrucchiere perché non abbiamo un lavoro e la tinta fatta in casa ci viene uno schifo.
Se non avessimo un’amica che ci fa la spesa quando al quarto giorno di influenza abbiamo finito anche la senape scaduta in fondo al frigo.
Se non avessimo conosciuto la gioia di avere un figlio che ci succhia il mento mentre ci tiene la faccia con le manine cicciose.

Abbiamo mai valutato che forse anche noi siamo percepite come persone assillanti, esigenti, lamentose, negative?
Sarei sorpresa del contrario, visto che ci sentiamo così tanto in credito nei confronti degli altri e di noi stesse.

Per carità: resta fermo il principio per cui per occuparci degli altri dobbiamo essere in grado di farlo; in aereo se scende la mascherina dell’ossigeno gli abili devono indossarla per primi, e poi metterla a vecchi, bambini e impossibilitati in genere. Quindi sì, dobbiamo essere abbastanza riposate per guidare fino al campo di calcio senza spalmare la macchina su un semaforo. E forse dovremmo davvero fare una cosa di meno al giorno per arrivare alle nove di sera con l’energia di prendere in mano il telecomando.

Ma santiddio, siamo una società, e le società funzionano solo sul patto civile e sul mutuo soccorso: ogni famiglia, vicinato, scuola, ufficio, centro sportivo è un organismo!
Funziona meglio se si dà di più, non se si dà di meno agli altri. Tanto, stiamo sereni: alla fine ci ritorna tutto in qualche forma, anche se non immediatamente apparente.

Insomma.

Un buon proposito dovrebbe essere una cosa buona, e una cosa buona è una cosa altruista, non una cosa egoista.

Andare dal parrucchiere due volte al mese può essere buon proposito, ma è un proposito più buono andarci una volta sola accompagnandoci la vedova del quinto piano, offrirle la piega e il caffè.

Iscriversi a danza latino-americana è un buon proposito, ma usare quel tempo per insegnare noi qualcosa agli altri (italiano agli immigrati colombiani, ad esempio) è un proposito ancora più buono. Che poi magari proprio loro ci insegnano come si balla la salsa.

Ho una certa età, e sono stata educata nell’era in cui parlare di stessi andava oltre il maleducato: rivelava una natura egocentrica, il contrario dell’altruismo, e quindi il contrario della bontà.

E penso che se tutto questo io, io, io (io sono buona e cara, io mi devo amare di più, io sono un’opera d’arte, io mi faccio il selfie) si ritrasformasse in impegno verso noi, noi, noi ci sarebbe meno bisogno di fare buoni propositi a gennaio.

2° cosa bella – egoismo 2.0

super-attakLa mia amica Barbara di Mammafelice.it è una di quelle persone che insegnano italiano ai migranti.
Barbara è una persona felice, che vive per spargere felicità, e ha un motto: “siate egoisti, fate volontariato”.

Tutti noi abbiamo prestato il nostro tempo in qualche modo, e tutti noi sappiamo quanto ci abbia fatti sentire santi subito, molto fortunati e magari pure più intelligenti del solito (gli inglesi hanno una parola corta per questo sentimento: smugness; i tedeschi una lunga: schadenfreude).

Non c’è bisogno di aver distribuito zuppe calde ai senzatetto nel cuore della notte di febbraio: basta pensare a quando abbiamo portato a casa un compagno di scuola dei nostri figli per dare una mano ai genitori in ritardo con la pratica per il capo/a letto con l’influenza/sotto il casco del parrucchiere.

Il volontariato è dappertutto, ed è semplicemente un atto pratico che risolve dei problemi facendo stare bene chi lo pratica.

È il motivo per cui da sempre, in ogni cultura, esistono gli evangelizzatori, i missionari e la beneficienza; è il collante della società, ma spesso invisibile come l’Attak: infatti ne facciamo e ne godiamo spesso senza accorgercene.

Ma se lo facciamo consapevolmente, la nostra qualità di vita aumenta a dismisura.

Lo certifica lo “Happiness Research Institute” di Copenhagen come una delle basi della felicità, perché ci dà uno scopo, autostima, e senso di appartenenza.

Fra l’altro, si può fare volontariato accomodando totalmente i nostri interessi, le nostre competenze e la nostra personalità:

  1. c’è da fare lavoro sul campo, quello in cui ci si sporca le mani (lavando le cucce di un canile, ordinando l’archivio di una biblioteca) o si hanno contatti diretti con la causa (gonfiando palloncini per i bambini in ospedale);
  2. c’è da fare lavoro organizzativo (gestire la logistica degli interventi, fare un orario per i volontari, stilare liste della spesa);
  3. c’è da fare la raccolta fondi (e occuparsi di questioni fiscali, conto corrente etc).

Ognuno dei tre livelli è fondamentale quanto l’altro – in altre parole basta guardarci attorno per scoprire che abbiamo la felicità a portata di mano: basta essere un po’ egoisti.

3° cosa bella – noi, noi, noi

volontariato
Con Anna Luccarini, photo editor, durante la lezione di fotografia del corso Giovani Reporter

Vi faccio un esempio di una cosa che mi fa stare bene e che potrebbe ispirarvi ad avviare qualcosa di simile: si tratta veramente di chiederci soltanto “cosa so fare io, che posso regalare?”.
Quest’anno sto insegnando i rudimenti dal giornalismo a un manipolo di ragazzini tra la quarta elementare e la terza media.

Sono solo due ore al mese, e ogni volta ho degli ospiti esperti dell’argomento del giorno, amici e colleghi che più che affiancarmi… fanno proprio loro la lezione (me li sono scelti bene, e non solo perché vengono a lavorare gratis!).

Abbiamo parlato della differenza tra comunicazione e informazione; studiato come è organizzato un giornale e a quali domande deve rispondere un articolo per essere di servizio al lettore; osservato come le foto comunichino una storia e scoperto in cosa consiste il lavoro di un photo editor; abbiamo sperimentato il concetto di sintesi e i due modi di base di creare una vignetta efficace; e abbiamo ancora in programma l’uso di WordPress per impaginare un giornale online, la gestione del flusso di redazione, la correzione delle bozze, la direzione responsabile.

Ogni volta che lasciamo l’aula, io, l’esperto ospite e i ragazzi torniamo a casa con la faccia gonfia di sorrisi perché abbiamo tutti imparato moltissimo gli uni dagli altri, e ci sentiamo felici: i grandi perché hanno potuto passare un po’ di conoscenza, i piccoli perché hanno trovato nuovi modi per esprimersi e affermarsi (senza essere giudicati dal solito giro genitori-insegnanti).

volontariato
Lorenzo Calza, artista e sceneggiatore, durante la lezione di vignetta.

4° cosa bella – dal letame nascono i fiorbicicletta abbandonata

Durante il corso di mini-giornalismo ho assegnato ai giovani reporter un compito, che si va arricchendo di lezione in lezione.

Al primo giro ogni studente ha scelto una foto da un florilegio di strani oggetti che ho scorto abbandonati accanto ai cassonetti o sui marciapiedi del nostro quartiere (biciclette, quadri, canoe, lettere, foto, eletrodomestici misteriosi…), e partendo da questa immagine ha scritto un articolo tra le 100 e 150 parole immaginando un’inchiesta che ne svela i retroscena.

Al secondo giro, i ragazzi hanno decodificato le foto, la loro composizione e la capacità di veicolare un messaggio e quindi di poter accompagnare il loro articolo.

Al terzo, foto e articolo sono stati condensati in vignette.

Andremo avanti così fino alla fine dell’anno, spremendo tutto lo spremibile da un paio di ciabatte lasciate accanto un palo della luce.ciabatte
Che è molto più di quanto mi sarei aspettata.

Una cosa che anche no – i tappabuchi

I tappabuchi sono quelli che camminando infilano il fazzoletto sporco tra le sbarre di un cancello, la carta della merendina nella fessura di un muro, il pacchetto delle sigarette tra una finestra e il davanzale.

Sono quelli che mi buttano le cicche in giardino, perché in punto il canniccio è un po’ smollato, e quel mozzicone ancora acceso ci passa giusto giusto.
Sono quelli che quando arrivano in un posto nuovo, magari un po’ in alto, si aprono i pantaloni e segnano il territorio.
Sono quelli che scrivono il loro nome sulle pietre della chiesa del 1100, sulle saracinesche dei negozi, sulle facciate dei palazzi.
Sono quelli si mettono la bombola del gas, il termosifone, il cesso in macchina, e quando trovano un fosso, un burrone o anche un poggio, li gettano lì.

Gli sterpi finiscono per avvolgerli, se va bene per nasconderli. Magari dalla vasca da bagno vicino al ruscello nasce pure un fiore.
Ma sempre di letame sono, queste persone.