Top 5 del mese: 4 cose belle e una anche no – gennaio 2020

Se avete un cane, mi capirete. Se non lo avete capirete cose che probabilmente non immaginavate.

1° cosa bella – l’invexendo (in-ve-jen-dou)

La Shu ora è GPS-dotata!

Il regalo migliore che abbiamo ricevuto a Natale è stato il GPS per il cane.

La Shu è una scappona, ve l’ho raccontato spesso, e ogni volta che si “invexenda”, come si dice a Genova (si gasa, si fissa su qualcosa) e mette il turbo in quelle zampe e prende una direzione… fffff, io perdo 10 anni di vita.

Adesso siamo dotati di un Tractive, e possiamo vedere sul cellulare dove si trova, come si muove, a che velocità va, perfino se è calma, attiva o giocosa (leggi: invexendata).

Durante la vacanza in montagna il GPS mi ha permesso di liberarla nel bosco e vederla giocare nella neve e farsi dei chilometri in pochi minuti, pazza di gioia. E, per quanta paura avessi di perderla nonostante la geolocalizzazione, per me la gioia di questo spettacolo è stata ancora più grande.

Il tracking ha comunque avuto un battesimo di fuoco quando la Shu è scappata dal giardino di casa, ha corso attraverso sentieri e viottoli, ha tagliato una strada pericolosa, si è lanciata su un monte e lì ha zigzagato alla velocità della luce sulla mappa che vedevo sul telefono in tempo reale.

Un signore dallo spiccato accento veneto incrociato mentre con il fiatone cercavo di raggiungerla e contemporaneamente urlare SHUUUUUUU (ve lo dico: non si può fare e rimanere vivi), ha esclamato entusiasta (leggi: invexendato): “Il cane bianco è suo? VACCA BOIA COME CORRE! Bell’animale! VACCA BOIA!”.

Eh, lo so.

2° cosa bella – San Gerolamo

San Gerolamo nello studio, di Colantonio (maestro di Antonello da Messina)

Dicevo del GPS della Shu.

Appena tornati a Genova, siamo andati a fare una passeggiata sul monte Moro e, per la prima volta su quei sentieri, l’ho slegata.

Ero molto orgogliosa del fatto che si allontanasse ma tornasse sempre da sola, sempre di corsa, sempre invexendata, giocando con Argo, il cucciolo della mia amica Emanuela.

Per me è una grande conquista poter avere il cane sciolto: per chi non ne ha uno, sappiate che andare senza guinzaglio è lo status symbol più ambito di ogni padrone, la Ferrari dei canari. Ci sono sbruffoni che vanno sui marciapiedi con i cani slegati, che ti guardano dall’alto in basso per dirti “Il mio sì, che è ubbidiente e fedele. Tzé”.

E insomma, ero lì che mi autocongratulavo e mi facevo grassa degli incoraggiamenti della Manu (“Vedi, adesso avete costruito il rapporto, adesso torna da te, aveva bisogno di tempo”), quando Sugar e Argo si sono fiondati su per un roveto e si sono piantati, a pochi metri dall’autostrada, in un punto raggiungibile solo con l’elicottero.

In linea d’aria erano pure vicini a noi, ma in mezzo c’era una parete verticale fatta letteralmente di spine. Sugar piangeva e abbaiava, sul telefono vedevo che girava su stessa, Argo mugolava.

Abbiamo pensato che Argo si fosse fatto male e la Shu ci stesse chiamando.

Chiamarli a nostra volta non serviva a niente: non si muovevano. Latravano e basta.

Il sole sarebbe calato in un’ora, eravamo lontani da casa, il mio telefono si stava scaricando e trovarli sarebbe diventato davvero difficile. Se avessi chiamato mio marito, che è sempre contrario a lasciarla libera, lui ci avrebbe messo 45 minuti ad arrivare (troppi) e io mi sarei presa il cazziatone che sapevo di meritare ma che non volevo ricevere.

E così abbiamo lasciato i bambini sul sentiero e ci siamo infilate nei rovi come dei vietcong nella giungla.

Per farla breve: un’ora tra salire e scendere quei 20 metri, tra scivolate, graffi, tagli, buchi (Emanuela era pure a maniche corte, di gennaio, perché la crisi climatica è un’invenzione dei gretini); Argo stava benissimo, faceva anzi su e giù tra noi la Shu, che invece era andata in panico e si rifiutava di scendere.

Rifiutava vuol dire rifiutava: 28 chili di “no, di qui non mi muovo, sono terrorizzata”, 28 chili trascinati di peso tra pianti e zampe puntate all’indietro.

Ma siamo tornate a casa.

Sul filo del buio, esauste, sanguinanti, con i vestiti lacerati, psicologicamente provate: io, la Manu e la Shu. Ci sono volute due settimane per finire di togliere tutte le spine conficcate tra le sue zampe, nel collo, sulla pancia e i fianchi.

Dopo questa avventura, le cose però sono cambiate: è Sugar che osserva i miei movimenti e mi segue se mi sposto. In spiaggia e sui monti, si allontana di poche decine di metri e torna subito indietro. Non mi perde più di vista.

Il trauma ha fatto il miracolo: come San Gerolamo che togliendo la spina al leone se lo fece amico per sempre, il salvataggio e la continua medicazione hanno definitivamente legato il mio cane alla sottoscritta – e non con il guinzaglio.

3° – questa foto

Foto di Eugenio De Vena (grazie, Eugenio)

Ma anche queste.

4° cosa bella – tutte le creature

Christopher Timothy (James Herriot) e Robert Hardy (Siegfried Farnon) nella serie del 1978. Foto © The Guardian

Volevo dirvi che su YouTube un’anima santa ha caricato le serie della BBC “All creatures great and small”, andate in onda anche in Italia negli anni ’80 con il titolo “Creature grandi e piccole”.

Chi lo guardò allora non l’ha mai dimenticato; chi non lo ha mai visto ma ama il senso dell’umorismo britannico, la campagna inglese e la gente vestita di tweed che prende il tè e fuma la pipa… non se lo deve perdere adesso.

La serie a cui mi riferisco è quella con Robert Hardy (che adoro, pace all’anima sua), 1978-1990; ne era stata fatta una anche con Anthony Hopkins nello stesso ruolo di Siegfried Farnon, veterinario dal carattere pirotecnico, e proprio quest’anno ne esce un’altra con Samuel West (adoro anche lui, penso che abbia la voce più bella tra tutti gli attori inglesi).

Tutte sono tratte dai romanzi autobiografici di James Herriot, pseudonimo di Alf Wight, veterinario che ha saputo descrivere la vita nello Yorkshire negli anni ’30 con una penna che ha poco da invidiare a P. G. Wodehouse.

In questo periodo vivo le giornate in attesa di andare a letto la sera con il mio iPad e le cuffie, e, con un sorriso paralizzato sulla faccia, vibrare di pura gioia ad ogni battuta di Siegfried, e stupirmi ogni volta che uno dei tre attori protagonisti infila l’intero braccio nudo dentro una mucca o sutura un cane appena sedato.

Non ci sono più le serie di una volta… anzi sì, e stanno su YouTube!

Questa è la prima puntata, intera: di seguito ci trovate poi tutta la serie. È disponibile solo in lingua originale.

Una cosa che anche ni – 50 sfumature di husky grigi

Nei primi giorni di gennaio, quando mi trovavo in montagna, ho incontrato più volte, nella zona dove vado a fare sci di fondo e le mie passeggiate con la Shu, 22 husky siberiani che trainavano slitte per i turisti per piccole gite/lezioni di sledging.

Sulle prime ho trillato di tenerezza solo a vederli, perché sono bellissimi. Poi ho notato che alcuni erano incatenati a un perimetro di catena di ferro piantato nella neve, con appena 50cm di lasco, in una zona sempre in ombra, circondati dalle loro urine. Erano piccoli e piangevano.

Mi hanno fatto venire in mente gli schiavi nelle piantagioni della Georgia, costretti a raccogliere cotone con anelli di ferro ai piedi.

Così ho contattato l’ENPA (Ente Nazionale Protezione Animali) per segnalare questo sospetto maltrattamento. Da loro sono stata diretta verso le Guardie Forestali o i Carabinieri: ho mandato un’email al Comandante delle prime (con foto allegate) e poi ho sono andata di persona dai secondi a lasciare tutti i dettagli.

Mentre documentavo tutto questo su Instagram, molte persone mi hanno supportato moralmente e spinta a non mollare; qualcuno ha cominciato a farsi vivo per rassicurarmi che i cani da slitta vivono così, che fanno quei versi che sembrano un pianto, che sono adulti anche se sembrano cuccioli (questi erano husky siberiani, di dimensioni contenute, non i ben più grossi malamutte).

Nel frattempo, dei signori che passeggiavano sulla pista mi avevano detto che l’intera muta di cani era stata salvata dal racket dei combattimenti in Calabria.

Questo sembrava già una bella notizia.

Continuando ad osservare la situazione, avevo poi notato che i padroni li trattavano bene: li spostavano sollevandoli dalla pettorina se non stavano nei ranghi, e gli impartivano ordini con una certa dolcezza – non certo come degli schaivisti.

Un giorno mi sono fermata a parlare con la signora che era con loro, e le ho chiesto come facesse a non passare tutto il suo tempo a coccolarli. “Non posso farlo qui perché creerei il caos, sono troppo affettuosi e gelosi l’uno dell’altro. Ma quando siamo a casa me li mangio di coccole. C’è un tempo per tutto”, mi ha risposto.

Il perimetro di catena era a quel punto sparito: erano passate le guardie, che mi hanno confermato via email: “I cani la sera vengono portati via e hanno la loro cuccia (furgone arredato appositamente per trasporto cani con autorizzazione). Vengono tenuti legati solo nel periodo in cui viene dato da mangiare e in attesa per fare i giri con la slitta (distanza del cane uno dall’altro per evitare litigi). Abbiamo fatto togliere le catene e i cani vengono messi nel fugone per il periodo dei cibi (cosa secondo loro non corretta perché gli escrementi sono più facili da pulire all’aperto che non nella propria cuccia)”.

Incontrando i due “allenatori” (istruttori? Slittisti?) da soli durante un’altra passeggiata li avevo fermati e riempiti di domande.

La prima, sul racket dei combattimenti.

“AHAHAHA, combattimenti tra husky?? Al massimo puoi farli giocare a carte! Sono cani buonissimi, senza un briciolo di aggressività!”

E quindi, da dove vengono?

“La gente veramente infiocchetta ogni parola che sente. Non sono un santo, amo i cani e ho solo detto che ne ho e presi alcuni che non avevano più una casa per vari motivi, o che non erano considerati dei buoni cani da slitta perché non abbastanza disciplinati o veloci per le gare. Io odio le gare, non li sottoporrei mai a una cosa del genere”.

E dove dormono?

“In casa, con me”.

Come ce li porta?

“Ho un furgone-canile attrezzato, sono l’unico in Italia. E pensi che con quello che ci guadagniamo con le gite in slitta, non ci copro nemmeno le spese. Io e i cani mangiamo del mio altro lavoro, non certo di questo”.

Tra le cose che ho avuto modo di osservare e le cose che queste persone avevano dichiarato ai Carabinieri (che mi hanno ricontattata per aggiornarmi sul loro sopralluogo) e alle Forestali, c’erano delle discrepanze. Ad esempio, sulla data in cui avrebbero smesso di operare: sono rimasti ben oltre; e il fatto che i cani stavano alla catena solo per mangiare, quando li ho visti stare fermi lì per ore senza potersi muovere.

Ma tutto sommato a vacanza finita sono venuta via rincuorata sulla salute di quei 22 cani e ho imparato una cosa.

Che prima di esprimere giudizi bisogna informarsi.

Che in preda allo sdegno, ho dimenticato che sono una giornalista, e che i giornalisti indagano, e fanno domande ai diretti interessati.

Che le situazioni vanno lette da più di un’angolazione.

Che una situazione che può sembrare nera, poi tutta rose e fiori, molto probabilmente si rivelerà alla fine una situazione complessa, fatta di tante sfumature di grigio.