Top 5 del mese – 4 cose belle e una anche no – novembre 2018

La grande intelligenza degli stivali di gomma, i timoni per strada, cardiologi che consigliano di adottare un cane; e per noi introversi: fino a che punto dobbiamo restare nella nostra tana?

wellies1° cosa bella – gli stivali di gomma

sasha carnevali stivali di gomma

Non sono gli Hunter da 125 euro (decisamente più belli perché più alti e dotati di cinturino che non fa entrare l’acqua), ma anche i miei stivali di gomma comprati per 10 euro alla ferramenta di paese (tra il mangime per polli e i cestini sverniciati che piacciono tanto alle americane in vacanza) fanno la loro rustica figura e il loro mestiere.

raccolta patate

Che è quello di farmi girare per i campi a inseguire i cani e a raccogliere agrifoglio e patate senza dover pensare a dove metto i piedi: una libertà di movimento che mi fa sentire particolarmente intelligente. Sì, sono così poco intelligente che mi basta pochissimo.

Oltre a quelli verdi in campagna, a Genova ne ho un paio gialli, da nostromo, che appaio con una palandrana dello stesso colore, e che mi permette di portare fuori il cane anche durante un uragano.
Perché siamo tutti un po’ Peppa Pig, dentro.mareggiata

2° cosa bella – un biscottino per tutti

cani
Vittoria con Zara, Shu, Nicky e Lucky

Vittoria, professoressa d’inglese, non viene tutti i giorni: alle 8 è quasi sempre in classe. Si alterna con sua figlia Anna, che studia lingue e lavora in pizzeria. Quando viene, però, Vittoria ha sempre un sacchetto di premietti per tutti, e un panino speciale per Zara: perché a Zara piace tanto quel panino secco che Vittoria tiene da parte solo per lei, e le fa una festa tutta speciale.

Da quando abbiamo adottato la Shu la mia vita sociale è cambiata moltissimo. Nonostante abitassi qui da otto anni, conoscevo solo alcuni negozianti e la mia vicina. Da un mese e mezzo, invece, passo un’ora con un gruppetto di altri padroni/genitori (come li chiamate?) di cani su una grande terrazza affacciata sul mare.

Il sole rosa del mattino presto illumina loro che si rincorrono e assaltano bastoncini di legno, e noi che chiacchieriamo di veterinari, di previsione meteo, di mercati locali. Grazie ai miei nuovi amici ho scoperto da quale specialista far vedere l’occhio malato della Shu, da quale pescivendolo dobbiamo andare a comprare (quello che ha perso la barca durante l’uragano del 30 ottobre) e dove rifornirmi di verdure, carne e formaggi che arrivano direttamente dal contadino.

Siamo un piccolo spaccato di società italiana: copriamo tutti i mestieri e tutte le età, dalla studentessa universitaria dolcissima con cani e persone, al signore con l’Alzheimer che ogni mattina chiede se la Shu è maschio, da quanto è arrivata, da dove è arrivata, come si chiama (urlando, perché è sordo). Roberto porta e lancia instancabilmente le palline da tennis e Giorgio distribuisce i biscottini alla Shu, Teo, Giotto (in foto), Nicky, Thor, Zara, Lucky, Scruffy, Rex, Rose, Barney, Josey, Talvi, Chloe, Grifo. Come un nonno che dà le caramelle ai nipotini, una a testa.

biscottini per cani
Giorgio con Teo, Giotto e la Shu

Proprio lui mi ha raccontato di un signore del quartiere a cui il cardiologo aveva raccomandato di prendere un cane come terapia vascolare. Ma, secondo me, un cane fa bene al cuore in più di un modo…

3° cosa bella – il sottopentola di paglia

sottopentola di paglia

Non ha forse occhi un ebreo? Non ha mani, organi, membra, sensi, affetti e passioni?
Non si nutre egli forse dello stesso cibo di cui si nutre un cristiano?
Non viene ferito forse dalle stesse armi?
Non è soggetto alle sue stesse malattie?
Non è curato e guarito dagli stessi rimedi?
E non è infine scaldato e raggelato dallo stesso inverno e dalla stessa estate che un cristiano?
Se ci pungete non versiamo sangue, forse?
E se ci fate il solletico non ci mettiamo forse a ridere?
Se ci avvelenate, non moriamo?
E se ci usate torto non cercheremo di rifarci con la vendetta?
Se siamo uguali a voi in tutto il resto, dovremo rassomigliarvi anche in questo.

Cito il monologo di Shylock da “Il Mercate di Venezia” di Shakespeare per parlare di un sottopentola, sì.
Statemi dietro con fiducia.

Un mese fa ho postato la foto della “paglietta” che vedete qui sopra sul mio profilo Instagram (mi seguite lì? Ci si diverte!) con questa didascalia:

“Nella mia famiglia, nonostante la parte materna e quella paterna siano state divise da un’acidissima faida che a tre nonni morti su quattro non si è ancora spenta, ci sono stati oggetti che sono stati passati da una casa all’altra (per case intendo tipo Capuleti e Montecchi): tutte le donne portavano vestiti di Laura Ashley, gli zoccoli Scholl’s, in salotto tutte avevano un samovar trasformato in lampada e in cucina un sottopentola di paglia come questo.
A me manca solo il samovar, ma tutto il resto: ✔️.
Siccome Tolstoy diceva che le famiglie felici sono tutte uguali, e la nostra felice non lo era per niente, mi chiedo: e nelle vostre famiglie? C’erano o ci sono cose uguali tra le consuocere e le nuore? (Perché tanto siamo onesti, le faide famigliari nascono sempre dalle suocere).”

E così facendo ho aperto un vaso di Pandora: mi avete raccontato di suocere che vanno oltre la figura retorica della suocera, di infide cognate, di oggetti passati da una famiglia all’altra, e anche di riciclaggio selvaggio di regali di Natale (che ci sta sempre bene).
Ho scoperto che davvero siamo tutti uguali: sanguiniamo se ci pungono, ridiamo se ci fanno il solletico, abbiamo freddo d’inverno e caldo d’estate.

E che, come i sacchi blu dell’Ikea in macchina, abbiamo TUTTI questi sottopentola in cucina.

4° cosa bella – sottocoperta

sottocoperta

A dir la verità, in senso assoluto, non la considero una cosa bella.

Ma Mario sì, e cosa può volere una madre di più dalla vita di un figlio felice?

Perché lì sotto quella duna di ciniglia c’è lui: sta facendo colazione o merenda, sta guardando video di gente che gioca a Minecraft o sta giocando lui a Simon’s Cat.
Tutte le mattine prima di andare a scuola e tutti i pomeriggi quando torna.

A me piacerebbe vederlo a tavola, o a giocare sul tappeto, ma Mario trova un tale conforto in questa dimensione privata (o come la chiama lui, la sua “realtà virtuale personalizzata”) che forzarlo fuori dalla coperta mi sembra irrispettoso del suo carattere e delle sue esigenze.
Mi viene in mente il ragazzino del film “East is East – Una famiglia ideale” (1999), che vive con il cappuccio del parka sempre in testa, anche in casa, e che quando glielo strappano via subisce un trauma straziante.

Non voglio questo per il mio bambino, e quindi lo lascio fermentare lì sotto; ma la preoccupazione che a dargli carta bianca diventi troppo introverso (come sua madre, che senza il cane parlerebbe solo con il verduraio), c’è.

Una cosa che anche no – i pezzi di barche in strada

barche rotte

Ho visto pezzi di barche in strada.

Ho visto barche morte portate via a braccia dalla spiaggia alla strada, tre uomini da una parte, tre uomini dall’altra, come cadaveri estratti dalle macerie di un terremoto.

Ho visto sacchi bianchi riempiti di alberi, fiancate, derive, timoni tagliati con motoseghe, sollevati dagli scogli con le gru.

Ho visto uomini con le mani nei capelli e le lacrime negli occhi, ma solo per pochi istanti, il muso duro dei liguri che affronta anche questa, la mareggiata più forte a memoria d’uomo su questi lidi.

Non ho mai visto tanta distruzione per chilometri e chilometri di litorale: eppure ho visto un ponte crollato e alluvioni che hanno ucciso intere famiglie.

Appendice – Genova per noipiero 21

Ma ho visto anche questo: il ristorante Piero 21, che non ha più la sua sala 20 metri sopra la spiaggia, ma che è aperto per noi.