Top 5 del mese: 4 cose belle e una anche no – ottobre 2019

“Ci vuole un anno”, dicono, e hanno ragione. Ci ho messo un anno per capirlo, ma ora lo so.
E poi: un albero sospeso, una nuova routine e… un marito fuori dal comune.

1° cosa bella – il primo mese di lavoro fuori casa

sasha carnevali blogger
Foto di ordinanza nell’ascensore dell’ufficio

Come vi ho detto nelle 5 cose di settembre, ho cominciato a lavorare come copywriter per una grande azienda, il che ha significato cambiare totalmente i ritmi a cui ero abituata da sempre.
Sto perfezionando la nuova routine, perché anche se lavoro in sede solo un giorno alla settimana, il fatto che io sia disponibile in remoto in determinate fasce orarie vuol dire che non posso più portare fuori il cane per mezzora alle 10 del mattino o decidere di fare la spesa quando sono bollita e ho bisogno di una pausa: se fossi in ufficio andrei alla macchinetta del caffè a chiacchierare con i colleghi (credo? In realtà non l’ho ancora mai fatto!), non a comprare la focaccia sotto casa.

Sto anche imparando alla mia veneranda età a concentrarmi su un compito alla volta – o meglio, lo sto re-imparando, tornando all’efficienza degli anni del liceo quando il telefono era grigio e grande come una pentola, e se volevo distrarmi potevo solo girare la testa in direzione del poster di Simon Le Bon (quello in cui è abbronzato e a petto nudo, fresco di doccia).
Devo insomma forzarmi ad essere single-tasking invece che multi-tasking, e ha i suoi grossi grassi vantaggi.

L’altro vantaggio del nuovo lavoro è il fatto che essere di turno in ufficio garantisce che io e mio marito facciamo il nostro pranzetto-fuitina ogni settimana: non più il giovedì e una volta ogni tanto come ai tempi antichi, ma tutti i mercoledì.

Dobbiamo solo smorzare l’entusiasmo, perché la prima settimana abbiamo cominciato con il sushi più raffinato (e caro) della città (dovevamo festeggiare!), abbiamo doppiato con l’indiano più raffinato (e caro) della città (ci andava!), poi abbiamo persistito con la trattoria genovese più tipica e abbondante (perché no?).
Insomma abbiamo mangiato troppo e speso troppo.

Next task? Scendere a comprare la focaccia sotto l’ufficio, e dividerla in un vicoletto come Lilly e il Vagabondo. Poveri ma belli.

2° cosa bella – l’albero sospeso

a thousand trees project
Foto © A thousand trees project

Intorno al verde si creano sempre delle belle comunità.
C’è qualcosa di enormemente soddisfacente nel lavorare insieme per restituire decoro e vita a un luogo che se li è visti portare via dal cemento o dal fuoco.
Si chiama “community gardening” e si traduce nel curare il verde della propria strada, quartiere, città insieme ai vicini, aggregando e dando valore all’apporto di vecchi e bambini, al punto da rendere oggettivamente misurabile il tasso di felicità di chi vi partecipa – lo certifica perfino lo Happiness Research Institute che studia i parametri per stilare la sua famosa classifica annuale dei paesi più felici del mondo.

Il mio esempio preferito è PermaBlitzLondon. Funziona così: in una sola giornata (sabato o domenica) una ventina di persone rimettono a nuovo giardini e terrazzi di cittadini privati, di scuole, associazioni, centri culturali. Per riceverne uno, bisogna aver partecipato a tre Permablitzt, pagare tutti i materiali e offrire il pranzo e il tè delle cinque ai volontari, che regalano esperienza e manodopera. Il progetto del giardino è offerto da un designer specializzato in permacultura.

Ma quello che si fa a Londra può essere fatto ovunque, ed è infatti replicato in questo periodo nella mia Genova, dove “A thousand trees project” sta ripiantumando il Monte Moro alle spalle della città, che viene spesso devastato da incendi dolosi.

a thousand trees project genova
Foto © A thousand trees project

Ogni sabato i volontari si inerpicano come stambecchi sulle ripide falde del brullo monte rimasto senza alberi, e con l’aiuto di un agronomo mette a dimora piantine di corbezzolo, leccio, roverella e frassino.
Queste vengono donate dai comuni cittadini: sono passata anche io dal vivaio Savarese (che fra l’altro è il “mio” vivaio, cioè il mio negozio preferito) a lasciarne pagata qualcuna, proprio come si fa con il caffè sospeso a Napoli.
Ci sarà qualcosa del genere anche nella vostra zona? Provate a vedere che attività svolge lì Legambiente, di sicuro troverete di che sporcarvi le unghie di terra e portare un thermos di tè 🙂

3° cosa bella – Un anno di Shu

adottare un cane
Affinata in un collegio svizzero, la Shu

Era il 6 ottobre del 2018, il giorno in cui siamo andati a prendere Sugar al rifugio e l’abbiamo portata a casa.

Ricordo lo sconcerto quando ha pianto inconsolabile tutta la prima notte e mi sono sentita una merda per averla portata via dalla sua bella vita tra le betulle del Parco del Ticino.

E poi il conforto quando il giorno dopo si è messa a dormire patata all’aria sul divano, come se fosse sempre stata a casa sua.

L’angoscia quelle volte che è scappata, quando ingrana la marcia del timewarp nelle cosce e sai che non puoi fermarla.

La pazienza quando i suoi 30 chili diventano 300 di determinazione avvitata a terra, perché se ha deciso che non si muove dal negozio di cibo per animali finché non le viene regalata una salsiccetta, non si muove di lì.

La commozione quando è entrata per la prima volta nella nostra camera da letto, lei così discreta e rispettosa degli spazi altrui, perché aveva paura del temporale: ci sono voluti nove mesi perché si prendesse una tale confidenza e cercasse aiuto.

La soddisfazione di sentirmi dire quando ero via “non vuole mangiare e non vuole uscire” e trovarla fuori di sé dalla gioia quando sono rientrata.

Il calore dentro, quando si siede vicino a mio marito per farsi accarezzare e lui – che non voleva animali – mormora “il mio cane, il mio cane fiero”.

Le risate che non dovremmo fare, quando dilania tutti i rotoli di carta igienica della casa, e la frustrazione quando ha mangiato tutti i volumi del primo ripiano della libreria.

La gioia quando si scava un giaciglio nella terra, quando struscia il muso nella neve, quando salta in un torrente e si gira a guardarci con un sorriso che dice: grazie, sono felice!meticcio pastore maremmano

Ci sono stati anche i problemi, come nel periodo in cui si buttava sotto le macchine per strada, faceva brutto a tutti i cani e a metà delle persone che incrociavamo, e uscire era diventato estremamente stressante.

Ci sono state le tristezze, come quando zoppicava tanto (sulla sua zampa rotta e mal saldata da quando era cucciola) che non camminava più – e poi il trionfo, quando invece di farla operare con poche speranze di riuscita, le ho trovato un integratore americano che l’ha rimessa in piedi e innescato la marcia timewarp in quelle cosciotte.

C’è l’avvilimento, che non passa, perché non viene quando la chiami. Ti guarda da lontano, se va bene si avvicina, ma si ferma a un metro o due di distanza. Testona maremmana.

C’è l’invidia per quel padrone che va in giro ovunque con il cane sciolto, che gli sta sempre accanto e che se si allontana torna correndo se solo sente un sospiro del suo umano (che comunque, far vedere a tutti che nemmeno si porta dietro il guinzaglio vuol dire vantarsi; e chi si vanta delle proprie fortune va all’inferno nel girone dei superbi; ecco).

In un anno ho capito che quello che mi hanno detto in tanti: che ci vuole un anno perché un ex-randagio esca dal suo guscio e lasci fiorire la sua personalità, perché si senta parte integrante della famiglia e le offra tutta la sua fiducia.

È, in fin dei conti, un matrimonio combinato: di quelli che vanno a finire quasi sempre bene, e che come ogni rapporto prevede una crescita, degli adattamenti e anche dei compromessi.

Soprattutto, è un rapporto fatto di individui dotati di una loro storia e una loro personalità, e l’innamoramento quasi inevitabile tra cane e umano è l’esperienza più ricca che si possa provare insieme a quella dell’innamoramento tra umani e per la propria progenie.

Il tipo di progenie che non viene quando la chiami.

4° cosa bella – un tram che si chiama desiderio

tram 33 milano
Il 33

Sono partita il mattino del 28 ottobre da Genova, in maniche corte per il caldo, stufa di questa estate che non se ne vuole andare, e mi sono trovata nel pomeriggio su un tram di Milano, felicemente abbracciata da felpa e giacca in uno scenario totalmente autunnale, con le foglie morte degli ippocastani accasciate sui binari bagnati.

Un tram, questo 33, che sembra un violino costruito da un liutaio negli anni ’30, un pezzo da museo con le finestre a crimagliera, in cui riesci a vedere figure in paltò maròn che leggono silenziosamente il giornale mentre tornano a casa, dalla minestrina calda della sera.

Desidero tanto l’autunno anche a casa mia.

Una cosa che anche no – Un marito fuori dal comunesasha carnevali guido casella

Sono più di 27 anni che stiamo insieme, e ancora non abbiamo imparato a stare separati per una sola notte.

Che sia per lavoro, per far visita ai parenti, per portare in vacanza i figli – non funziona.
O meglio, non funzioniamo.

Nessuno dei due riesce a dormire, ci viene quindi mal di pancia, di conseguenza siamo sfiancati per almeno tre giorni da una banale mancata compresenza di poche ore.

Quando infine ci ritroviamo in casa, sembra un ricongiungimento dagli Appennini alle Ande, con regali dalle terre lontane (patatine da Milano!!) e ferventi promesse reciproche: di mai più essere un marito e una moglie fuori dal Comune (Municipio IX Levante).