Top 5 del mese: 4 cose belle e una che sta cambiando – febbraio 2020

Chi non cucina in compagnia è un ladro e una spia!

1° cosa bella – la marmellata democratica

Un mese fa ho ricevuto un barattolo di marmellata di arance amare dalla mia amica e vicina Flavia, e ho scoperto di avere dentro di me un grande amore per la gelatina con le scorzette.

Mia madre fa un’ottima marmellata di arance al whisky, che con un formaggio maturo a fine cena è la morte sua, ma al mattino a colazione è la morte mia.

La ricetta di Flavia invece è tutto un godimento: leggera, trasparente, va via a cucchiaiate da sola, senza pane. E per questo ho subito capito che avevo bisogno di farne TANTA e di farla conoscere a tutti. Mi serviva solo la materia prima.

Così, quando ho avuto 7 kg di arance amare da mio suocero ho chiamato le amiche a raccolta per fare insieme la marmellata e poi dividercela equamente.

Le tre ore previste per la preparazione si sono trasformate in una intera giornata passata mangiando, spremendo, tagliuzzando, mescolando, imbarattolando – soprattutto stando insieme, tanto bene insieme che ci siamo promesse di dedicare un giorno all’anno alla marmellata.

Il meritato assaggio con Vittoria e Silvia

È di un (brutto) film di Ermanno Olmi la famosa citazione: “Tutti i libri del mondo non valgono un caffè con un amico”.

Ecco, magari un “Delitto e castigo”, una “Anna Karenina” sì, davanti un caffè ce la possono fare egregiamente da soli, senza il supporto di tutti gli altri libri.

Ma davanti una giornata di marmellata democratica… beh, è una bella lotta.

2° cosa bella – il crescion day di gente che non conosco

Quando ho parlato della marmellata su Instagram, le reazioni sono state tutte entusiastiche: chi ha detto che ha passato una bella giornata anche solo seguendo le nostre gesta in diretta nelle stories, chi si è autoinvitato al prossimo giro, chi si è accordato con parenti e amiche e il giorno dopo aveva la dispensa piena di marmellata (è straordinario quanto renda questa ricetta!).

Ma il feedback più bello è arrivato da una ragazza che si chiama Jessica Ravaglia, che mi ha raccontato: “Io sono romagnola e da 17 anni a fine estate tutti gli anni ci ritroviamo con il mio gruppo di amiche storiche a fare il “crescion day”. Siamo 6 e abbiamo iniziato quando avevamo 15 anni, ora ne abbiamo 32. Facciamo 7 kg di crescioni, 1 ce lo mangiamo e gli altri 6 ce li dividiamo 1 kg x una x riempire i freezer. Abbiamo iniziato a 15 anni e ci siamo ripromesse che quel giorno non ci sono compagni, figlie o km che tengano. È davvero bellissimo creare qualcosa in compagnia”.

Io non avevo mai sentito parlare dei crescioni, e così mi sono fatta scolarizzare.

Jessica mi ha spiegato che sono piadine ripiene, che loro preparano con una farina speciale che vanno a prendere apposta in un mulino locale. “I più classici sono: pomodoro e mozzarella, zucca e patate o erbe, ma ci si può sbizzarrire… basta che il ripieno non sia troppo liquido perché altrimenti rischia di fuoriuscire in cottura. Alla fine ci sono sempre quelli dolci, quest’anno avevo fatto io la Nutella fatta in casa e abbiamo usato quella per farcire quelli dolci”.

La cosa più dolce però è questa: “C’è chi convive, in 4 abbiamo figli e una si è trasferita in Umbria ma alla fine dell’estate è immancabile. Un giorno ci troviamo, solo noi, senza morosi, senza figli e facciamo questa cosa. C’è quella che impasta, quella che prepara i ripieni, quella che li tira al mattarello, quella che li farcisce, quella che li chiude e quella che li cucina”.

E sono tutte bellissime:

“Ognuna di noi ha il suo grembiule con il nome ricamato sulla pettorina! Perché le brave azdore romagnole non cucinano senza grembiule!!”

3° cosa bella – sono una stampante in 3D

Chissà perché traiamo tanta soddisfazione nel vedere che i nostri figli ci somigliano: deve essere proprio un istinto naturale, dettato dalla conservazione del proprio patrimonio genetico ancor prima che della specie.

Mio marito si è sbagliato più volte a distinguere i nostri due figli più grandi, Federico e Pietro. Non scambiando i nomi (chi non lo fa?): era proprio convinto di parlare a un figlio e invece era un altro.

Una volta ero con Mario, il figlio più piccolo, in una strada buia fuori dal nostro quartiere, e passando accanto a degli skater ho sentito uno sussurrare ad un altro: “Non ci credo, un mini-Fede!”.

Se A è uguale a B, e B è uguale a C, A è uguale a C.

Questo mese c’è stata una photo-op di famiglia quando Federico il grande ha presentato alla Triennale di Milano la rivista che ha ideato e creato (moooolto, mooolto orgogliosa di mio figlio e di questa cosa bellissima che ha fatto), e… beh la foto è questa.

Appena l’ho vista ho detto ai ragazzi: “Niente niente che ci assomigliamo un po’?”

E Pietro, alzando le spalle, data l’ovvietà dell’argomento: “Beh, Michele (il suo migliore amico, ndr), che come sai ha un certo modo con le parole, ti chiama la stampante in 3D”.

Messaggio della mia osteopata, che conosce solo Mario

4° cosa bella – una cosa così bella

Tengo il meglio per ultimo.

Nell’arco di un anno (molto stancante), Federico si è laureato, ha prodotto una nuova rivista per un editore e poi anche la sua rivista, che si chiama “Uscita” ed è stata realizzata con altri giovani professionisti suoi amici.

L’argomento sono l’urbanistica, l’arte e l’architettura viste dagli skater. Io ci trovo anche molta antropologia a livello di contenuti, e a livello formale sono affascinata dalla copertina serigrafata che diventa fosforescente sotto le luci UV e dall’impaginazione creata in parte con AutoCad, il programma di disegno tecnico che usano gli architetti per progettare.

È insomma una rivista bellissima, ma la cosa più bella di “Uscita” è che, due giorni prima che uscisse, Federico mi ha detto: “Sono proprio contento, perché non pensavo di saper fare una cosa così bella”.

Una cosa che sta cambiando

Sapete già probabilmente del discorso pronunciato da Joaquin Phoenix quando ha accettato l’Oscar come migliore attore protagonista per The Joker.

Promemoria:

Mi ha profondamente segnato il momento in cui dice: “Ci sentiamo in diritto di inseminare artificialmente una mucca, portarle via il suo vitello nonostante il suo angosciato, inequivocabile pianto, per mettere nel nostro caffè e nei nostri cereali il latte a lui destinato”.

Un paio di giorni dopo averlo sentito, facendo il mio ordine settimanale da Casa Sottocolle, una dimora che accoglie bambini e adolescenti in difficoltà e che si sostenta con i prodotti dell’orto coltivati dai ragazzi, con il miele, le marmellate, le uova, e il formaggio delle capre e delle mucche che allevano, ho chiesto se c’era appunto del formaggio.

“Non so se riusciamo a farne, con tutti questi parti gemellari”, mi ha risposto Maura, che dirige tutta l’operazione.

E mi sono sentita male, letteralmente, nello stomaco.

So che gli animali da lei vivono bene, al pascolo o razzolando in un’aia all’aperto, e che appunto non devono rinunciare ad allattare i loro piccoli per il mio antipasto.

Ma l’idea che un agnellino resti con la fame, o un vitello venga allontanato dalla madre per colpa mia mi si è ficcata dentro. Figuriamoci l’idea di togliergli la vita per una cotoletta.

L’innocente natura delle cose contro la mia supponenza specista.

Sono quindi sulla via di un vegetarianesimo calibrato su misura di considerazioni personali e bisogni fisici che al momento non riesco ad eludere (preparo carne per i figli e per il cane; il marito è per lo più costretto a seguire la mia dieta):

  • sì uova (le galline le fanno comunque, e quelle di Maura sono obbiettivamente galline felici);
  • sì formaggio, latte e yogurt di cui conoscono la provenienza (da allevamenti che rispettano i ritmi degli animali: vorrei infatti adottare una mucca);
  • sì crostacei e piccoli pesci (un tonno mi fa sentire in colpa, le acciughe e i gamberetti molto meno);
  • sì miele (ma questa me la devo studiare: i vegani non ne mangiano per non rubare cibo alle api; forse esiste un miele rispettosamente raccolto?).
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È una via sterrata, piena di buche in cui inciampare, di tentazioni e rimorsi.

Sono una che mangia tanto e cucina tanto, e carne e pesce non solo mi piacciono parecchio, ma offrono tantissime possibilità creative. E quando la tua forma mentis è stata settata per 50 anni sul costruire un intero pasto intorno alla proteina animale, non è facile sostituire il brasato, il ragù, la rosticciana, il pollo alla somala, alla tailandese, alla giapponese o alla cacciatora con dei ceci lessati – per dire, la merenda per i nipoti secondo mia nonna era “filetto con l’uovo sopra”: alle 4 metteva il burro in padella.

Di bello c’è che ho molto da imparare su come creare nuovi piatti con i legumi e la frutta secca: e imparare è sempre una cosa bella.