Top 5 del mese: 5 cose belle – marzo 2020

Quando arriva l’assenza, arriva la gratitudine per la presenza.

1° cosa bella – Luigi

“Ascolta, Guido…”

Siamo entrati in fretta nelle statistiche delle famiglie che hanno perso un loro membro: Luigi, il compagno di mia madre, 80 anni e molti e gravi problemi di salute, era la vittima ideale del coronavirus.

Mentre non speravamo che arrivasse a 100 anni, il modo con cui ci è stato portato via – nel giro di tre giorni, senza il conforto a lui e a mia madre di poter essere insieme – è uno strazio che lascerà il segno per sempre; uno strazio che oramai più di 80mila famiglie nel mondo conoscono.

Vi sembrerà quindi bizzarro che ne parli come prima cosa bella.

Ma Luigi è stata una cosa bellissima, nella nostra vita.

Per 17 anni ha reso mia madre felice – non serena, non contenta: felice. Tutti i giorni. Innamorata come una 13enne, e corrisposta con lo stesso entusiasmo.

Questa era la faccia di mia madre quando era con Luigi

Lui la chiamava “bimba” e lei, per l’incontenibile esaltazione amorosa, alzava sempre la voce quando parlava con lui. Si guardavano come se al mondo ci fossero stati solo loro, con le loro parole segrete, le loro complicità, i loro piani.

Luigi era bello: proprio bello-bello. Il tipo di uomo che quando passa per strada ti giri a guardarlo, così come scorri lo sguardo su un palazzo cinquecentesco dalle proporzioni perfette. Altissimo, elegante, capelli bianchi, sempre abbronzato, emanava “fisicamente” cortesia, e un’educazione d’altri tempi più connaturata che imparata.

Luigi aveva degli standard altissimi per se stesso, ma non faceva mai sentire in difetto nessuno.

Luigi era sempre gioviale; pur martoriato nella salute, non si lamentava mai di niente: tirava avanti con stoicismo, un miracolo ambulante a detta di tutti i suoi medici, trainato dalla voglia di vivere e di stare accanto a mia madre.

Ogni volta che ci riunivamo era così felice di vederci che andava in apnea; la mandibola gli si fissava in un sorriso estasiato per 2, 3, 4 ore: tutto il tempo che stavamo insieme; gli occhi gli brillavano fissi sui nipoti, lui che non aveva avuto figli (sua moglie morì giovane di leucemia) e a cui questi qui, acquisiti con l’amore della terza età, sembravano tutti degli incredibili geni, degli artisti insuperabili e l’apoteosi della bellezza umana.

Luigi rideva socchiudendo gli occhi, mandando il torace indietro, facendolo sussultare; se era a tavola, dopo aver riso si passava sulla bocca il tovagliolo ripiegato in una lunga fettuccia, come per ricomporsi.

Cercava sempre il sole, con le passeggiate sul molo, le gite in barca, le crociere, gli inviti ai ristoranti affacciati sul mare; con mio marito cominciava ogni discorso con “Ascolta, Guido” e poi gli chiedeva qualcosa sulle barche a vela, pur essendo lui quello con maggiore esperienza.

A Natale regalava sempre 20 euro ai miei figli, infilati una bustina rossa su cui scriveva il loro nome piccolo piccolo e nient’altro, con grandissima discrezione.

Aveva una minuscola casa di campagna, praticamente una stanza, posata a metà di un buffissimo terreno lungo 150 metri e largo 6: la chiamava “La Striscia”, e ci coltivava di tutto, oltre ad allevare polli, piccioni e i capponi che mangiavamo a Natale. Ci faceva anche il famoso “vino della Striscia”, un rosso frizzante e leggero che sembrava una bibita più che del vero vino, e che non mancava mai ai pranzi di famiglia.

Questa Pasqua non la passeremo lì, con i bambini che cercano le uova nascoste tra le margherite e Luigi che armeggia nel forno a legna finché non lo trasciniamo a tavola.

Ma ne abbiamo fatte tante, e gli sono grata per il tempo che abbiamo potuto passare insieme. Ne avrei voluto di più, però siamo stati già tanto fortunati così.

2° cosa bella – i giardini di marzo

© La Settimana Enigmistica 2-4-2020

Il mio argomento di conversazione preferito con Luigi era l’orto. Ci ha insegnato che “chi vuole un bell’agliaio lo pianta di gennaio, ma chi se ne intende lo pianta di novembre”, e quando ci siamo trasferiti in questa casa 10 anni fa ci ha dato le dritte fondamentali per avviare le coltivazioni sul terrazzo.

E qui, potando ed estirpando erbacce trovo grande sollievo e distrazione dalle preoccupazioni e dalle tristezze.

Non c’è niente come vedere un’ape tuffarsi in un nasturzio e le piante di zucca che spuntano dai semi recuperati qualche cena fa per avere confermata la sicurezza della rinascita, che siamo piccoli e tutto andrà sempre avanti anche senza di noi.

A questo terrazzo glorioso, che matura e si arricchisce con il tempo e con gli esperimenti che non falliscono, manca adesso qualcosa che arriva dalla Striscia: non appena saremo liberi, andremo ad adottare un alberello di Luigi e lo porteremo qui.

L’esperimento delle talee è nelle stories di Instagram: ogni venerdì c’è il #venerdìverde in diretta per affrontare temi green, scambiarci suggerimenti e seguire l’evoluzione del nostro #ortazzo (orto sul terrazzo).

3° cosa bella – questo romanzo storico non s’ha da leggere, né domani, né mai

Da un paio di anni mi pungeva vaghezza di rileggere “I promessi sposi”.

Tutti quei vasi di coccio che viaggiano coi vasi di ferro e tutte quelle noci di Fra’ Galdino, le notti dell’Innominato e i pani del perdono, le madri di Cecilia e le polentine bigie, i vecchi malvissuti e i capponi per l’Azzeccagarbugli, i sozzi bubboni e i conti zii, le sciagurate che risposero e i rei buoni uomini: se ce li hanno inculcati in testa con tanta perseveranza, avranno un valore che non abbiamo saputo cogliere durante la bella età dell’asino, no?

Ricordo quando mio nonno lo rilesse intorno ai 70 anni, e lo trovò bellissimo, divertente, saggio. Ma per me non era ancora tempo: troppo fresco il ricordo di quei 38 capitoli riassunti uno per uno, il Bignami letto di furia sul 5 mentre andavo a scuola, l’occhio vitreo sulle pagine dedicate agli editti sui bravi.

Poi mi è venuta la voglia, appunto. L’ho coltivata, ho anelato il tempo libero per poter prendere in mano proprio il mio libro del liceo, con i suoi appunti e le note del Russo.

Finché non l’ho fatto davvero la settimana scorsa: se tutti leggono “La peste” di Camus e “L’amore al tempo del colera” di Marquez per stare al passo con i tempi, io ero pronta per una big-ass pestilenza secentesca e le argute descrizioni del Manzoni (perché è IL Manzoni, lei m’insegna)!

Ero proprio gasata, miei cari 15 lettori.

Ho infilato quel ramo del Lago di Como con la determinazione di una pellegrina che deve scontare un crimine efferato… ma mi sono persa dopo tre righe di toponomastica insistita. Non volevo saltare alcuna parte, mi ero detta che questa sarebbe stata la volta che avrei imparato qualcosa sulla discesa dei Lanzichenecchi, ma niente: non riuscivo a star dietro a tutti quei muretti, che poi svolti a destra e c’è l’edicola, ma non la prima, la seconda, dove la strada si biforca e non c’è mai un punto a capo.

Sicché mi sono (letteralmente) portata avanti e ho raggiunto Don Abbondio che camminava con il suo breviario, tutta contenta perché ora iniziava il bello: le retine dei bravi, il coraggio che non ci si può dare, il matrimonio che non s’ha da fare… ma avevo dimenticato che al primo teaser sulla figura dei bravi seguivano pagine di grida e editti (credo: mica le ho rilette!) proprio su quei loschi figuri importati dalla Spagna.

Doverose rimozioni attuate per la sopravvivenza.

Ho preso allora a sfogliare le vecchie pagine, piene di CHE PALLLEEEEE e FAAAMEEE e IO AMO TIZIO/CAIO/SEMPRONIO e citazioni dai Duran Duran e partite a tris, alla ricerca di qualcosa di piacevole, o almeno istruttivo, o almeno riconoscibile.

Per scoprire che a questo mondo c’è giustizia finalmente: “I promessi sposi” è davvero un libro palloso. Avevamo tutti ragione noi da ragazzi.

E lo sapeva anche IL Manzoni:

4° cosa bella – le 7

(Per inciso, grazie Chiara per la bella lampada. Mario se ne è appropriato dopo 48 ore)

Nella mia ultra-privilegiata quarantena in una casa vicina a piccoli negozi dove fare la spesa senza grossi intoppi, dotata di terrazza su cui fare giardinaggio terapeutico, e abitata da un grosso cane da portare fuori tre volte al giorno, continuo a lavorare ogni giorno come ho sempre fatto, senza conoscere flessioni di mole (anzi) e guadagni.

Sono un caso molto, molto, molto fortunato: senza meriti, solo per una sequenza di botte di culo che durano da una vita.

Ma, un po’ per la coda di stanchezza che ho accumulato negli ultimi mesi, un po’ perché con meno uscite e meno libertà finisce che passo più ore al computer, mi sono ritrovata sull’orlo dell’esaurimento da surmenage (come chiamano i francesi l’eccesso di menate; no, in realtà sarebbe l’eccesso di cose da amministrare; quindi sì, l’eccesso di menate). E ironicamente mi è successo proprio mentre mezzo mondo e l’altro pure sta a fare yoga e il pane, a imparare il russo, a ballare su Tik Tok, a conoscere davvero i suoi figli, a ritinteggiare la cucina.

Prima di arrivare al punto di non ritorno sono riuscita però a fare un passo indietro e a prendere una sanissima decisione ecumenica: alle 7 di sera stacchiamo tutti dal lavoro (mio marito è in smart working da un mese e mezzo).

Può sembrare poca cosa, ma per me è un salto mentale da oro olimpico.

Separare la vita lavorativa da quella domestica per un freelance non viene naturale: è una cosa che si impara, come il russo.

Dalle basi (alle 7 si stacca), sono passata un primo affinamento: ogni sera, a quell’ora, spengo il computer. Poi ho aggiunto che chiudo la porta dello studio, così il computer non lo vedo proprio. Due giorni fa ho pure preparato un aperitivo, abitudine che conto di implementare con più costanza, e ieri ho scoperto che tra le 3 e le 6 del pomeriggio, se mi metto seduta in un certo punto e un cappello di paglia a tesa larga, posso lavorare in terrazzo riuscendo a indovinare cosa scrivo sullo schermo.

Quando tutto questo sarà finito, qualcuno potrà leggere “Guerra e pace” in lingua originale. Ma se avrò davvero introiettato questo nuovo modello di vita, sarò io ad aver portato a casa un vero capolavoro.

5° cosa bella – horror vacui

Che poi io comunque senza lavorare, senza infilare nella to-do-list un’altra cosa così poi quando viene il momento mi riposo sul serio e senza ansie, non ci so stare.

No, non so “vivere nel momento”: vivo nel presente, nel passato e nel futuro in ogni momento. Posso staccare la spina al computer per spegnerlo, ma non staccare la testa dalla computazione.

Ho provato con lo yoga, cinque istruttrici diverse, e sempre mi saliva la carogna di non poter essere più attiva. Ho sempre ingollato il cane che guarda in giù e il bambino felice come un’amara medicina per la salute della mia schiena, ma come acquisivo il potere di girare il collo di 45° smettevo di andare alla pratica per non innervosirmi troppo. E ogni volta era come quando finiva la scuola a giugno: una liberazione.

Il punto è che ognuno deve trovare la sua mindfulness: non c’è una taglia unica come per i calzini tubolari. La mia inizia con la presa di coscienza che non ho una leva da tirare giù con due mani per staccare la corrente alla mia testa.

Togliere le erbacce mi funziona, come a tante persone, proprio perché è un atto simbolico (e una pratica zen codificata); guardare lezioni di giardinaggio su YouTube mi funziona (Monty Don è il mio ASMR: un misto di goduria e relax).

Ma anche mentre faccio queste cose che mi piacciono e mi aiutano ad arieggiare la mente, non sono capace di concentrarmi solo su quelle senza non avere qualcosa che sobbolle sul fornello dietro (“devo dire ad Anna di piantare così le mele”, “devo chiedere a Mina se vuole unirsi al mio ordine di arance”, “oddio, ma ho ancora quell’avanzo di cavolfiore in frigo??”).

Ciao, mi chiamo Sasha e non ho la serenità per affrontare l’assenza di cose da fare; ho l’horror vacui. Ce l’ha anche Zerocalcare, e lui lo spiega meglio di me.

Appendice – Mario e Luigi

Con quelle facce un po’ così…