Top 5 dell’anno: le cose del 2020

Un anno che ha tolto tantissimo a tutti, lasciandoci insieme alla tristezza una nuova saggezza. Queste sono le 5 cose che mi rimangono…

Un ravanello del mio ortazzo. Si lega bene alle mie considerazioni che legano giardinaggio e questo anno un po’ del c*.

È il tema di questa top 5 che arriva dopo uno iato dovuto a un fritto misto di dubbi esistenziali. Uno di questi era: ma i miei 25 lettori non si stufano di sentirmi parlare sempre di piante e cani e figli? Spero che me lo faranno sapere, con onestà, nei commenti qui sotto.

1° cosa – il bicchiere del saluto

Luca, il marito di Simona, una delle mie amiche più care, in febbraio. Luigi, il compagno di mia madre, in marzo. La nonna Liliana in aprile. Franco, il ragazzo con cui stavo prima di conoscere mio marito, in dicembre.

Quest’anno non ha badato a spese, nel portarsi via persone a cui volevo bene. Due famigliari anziani, dalla salute sì compromessa, ma che non avevano nessuna intenzione di andarsene. Due “ragazzi” della mia età, che hanno lasciato mogli e figli giovanissimi nella disperazione. “Uno schiaffo alla gioia”, per usare le parole di Simona.

Io sono affaticata, esterrefatta, dal dolore per chi era più vicino a loro, e per la mia perdita personale.

Rivedo Luca che con il suo umorismo chirurgico guarda la Simo con i suoi occhi nerissimi e le dice ironico “anche meno, eh”, per contenerla nei suoi voli pindarici mentre io e lei confabuliamo a una festa sul mare, con una birra in mano.

Luigi che ride con gli occhi chiusi e la voce raschiata.

La nonna che mi aggiusta i capelli, il colletto, qualsiasi cosa per rendermi più presentabile, e dice “Sashetta mia”.

Franco che la notte di Capodanno, mentre dormo con la Simo nel letto di mia nonna nella casa di campagna, entra e spegne con una singola imprecazione lo stereo in cui avevo messo in loop una canzone dei REM che mi conciliava il sonno. Esasperare Franco era praticamente impossibile, perché era la persona più buona, introversa, discreta e paziente. Il ricordo di quella sua incursione dentro e fuori dalla stanza, e di quel tasto schiacciato con rabbia nel cuore della notte, mi ha sempre fatto sorridere con tenerezza.

Poi è successo che una mattina di dicembre mi è venuto in mente che avevo voglia di ascoltare “The parting glass”, la canzone che si canta tradizionalmente ai funerali irlandesi. Una volta, due volte, 10 volte, 20 volte… l’ho messa in loop, non riuscivo a staccarmene.

La stavo ancora ascoltando nel primo pomeriggio quando l’ho spenta per prendere una telefonata di Nicola, il mio amico del cuore dei tempi della Simo e di Franco. Mi aveva chiamata per dirmi che Franco quella mattina era morto di un infarto fulminante.

Ci ho messo qualche giorno, a cogliere la coincidenza. E quando l’ho colta, ho sentito una nuova calma subentrare ad almeno una parte della tristezza profonda, di quello sgomento terrificante.

Mi dico che Franco, con cui non avevo più avuto contatti da 28 anni, era passato a salutarmi. E a dirmi: “anche meno, eh”.

2° cosa – lo stiamo facendo bene

Estate 2013

Clonati tra di loro come una matrioska di spilungoni con la zazzera castana e gli occhi grandi da cartone animato giapponese, i nostri tre figli hanno gusti, talenti, modi esprimere i loro sentimenti molto diversi tra di loro.

Federico è un divoratore di libri, dischi, film, musica, informazioni di ogni tipo. Ha le mani d’oro e un’inventiva straordinaria: un vero creativo e problem solver. Lavora nel campo editoriale e pubblicitario come fotografo e direttore della fotografia. Apre Coca-Cole, birre e succhi ne beve metà e li lascia in giro per casa.

Ha preso la patente subito dopo aver compiuto 18 anni e sfasciato la sua prima macchina due mesi dopo. Dice che doveva nascere ricco, ma sarebbe perfettamente a suo agio a vivere come un barbone. È l’epitome dell’adattabilità, sa godere di qualsiasi cosa.

Pietro è quello che a 2 anni faceva le mattane se provavamo a dirgli che i numeri non si fermavano al 109, quello si è insegnato da solo a leggere quando aveva 4 anni con un libro della Pimpa e un Sapientino, quello che a 6 mi ha famosamente detto fuori da scuola: “ho l’impressione che i miei compagni non capiscano il mio eloquio”. I problemi se li crea, poi ci costruisce i mondi sopra: è un comico professionista, autore anche per i colleghi.

Sa fare un filetto alla Wellington a occhi chiusi ma non sa accendere un trapano, è uno dei gamer più veloci e coordinati d’Italia ma non prenderà mai la patente perché ha paura di guidare. Detesta parlare di soldi, al punto che lascia la stanza alla menzione della parola “euro”.

Mario lo stiamo scoprendo adesso che ha 11 anni e che le sue inclinazioni cominciano a rivelarsi davvero. Vien fuori che ho partorito uno yuppie: non è uscito dalla mia pancia, ma da un film degli anni ’80 dei Vanzina.

Controlla la borsa tutti i giorni e ne segue le fluttuazioni, raccontandoci a tavola chi è sceso e chi è salito, sgridandoci perché non abbiamo comprato le azioni di quella o quell’altra azienda quando ce lo aveva suggerito con il giusto anticipo.

Ha cercato ogni sistema per minare i bitcoin, e pur sapendo che non è un’impresa casalinga, non si dà per vinto: dai e dai rischia di trovare un modo. Probabilmente ai limiti della legalità, come molti dei suoi piani di investimento. La prima cosa che si comprerà con il frutto delle sue speculazioni sarà una Tesla.

Gli piacciono la moquette, i mobili di plexiglass, i faretti a soffitto, i divani di pelle. Secondo me anche le pennette alla vodka, il montone rovesciato e le Tod’s con i gommini sotto, solo che ancora non lo sa.

La cosa straordinaria è che in famiglia non ha mai visto niente di tutto questo, né sentito parlare di questi argomenti.

Sono interessi e piaceri che ha scoperto da solo: preziosissimi per la sua realizzazione di individuo e quindi per la sua felicità.

Ho capito che lo stiamo facendo bene, tutto sommato, questo mestiere di genitori, perché ‘sti pezzi ‘e core, liberati dalla matrioska, hanno pochissimo in comune.

3° cosa – una, nessuna, centomila

Un paio di mesi fa la mia amica Sara ha passato il sabato pulendo la spiaggia con marito e figli: otto sacchi della spazzatura misura condominio, così tanti e così grandi che non ci stavano in macchina al momento di portarli via.

Pochi giorni dopo sul giornale locale è uscito questo:

Mentre spero che l’esempio della loro famiglia venga seguito da altri grazie a questo articolo, noto con grande amarezza che l’articolo segue l’esempio di tanti altri usciti con titoli che negano l’identità stessa delle donne di cui parlano.

Come le Thelma e Louise che hanno vinto il Nobel.

Come Anna, che si chiama proprio così.

Come Simonetta, la signora delle stelle.

Perché il dott. Andrea Mambrini è sì primario di oncologia e quindi personaggio in vista nella cittadina di Massa; ma l’idea è stata della dottoressa Sara Mussi (peraltro non nuova a queste incursioni: un giorno è la spiaggia, un altro giorno è un campo sportivo, un altro ancora il parco), ed è sui social di lei che Il Tirreno ha trovato la notizia. Però il giornale ha intervistato solo lui, nel titolo c’è solo lui, nell’articolo la specializzazione di lei non viene citata. Nella foto è “la moglie”.

Qualcuno dirà: non è grave, se manca un cognome.

E invece io rispondo che è gravissimo. E che lo dimostra un esercizio molto semplice: lo chiameremo “titoliamolo al maschile!”.

I Butch Cassidy e Sundance Kid vincono il Nobel per la fisica.

Si chiama Piero, e ha un programma di scienza in tv.

Roberto, l’uomo dei vaccini.

Non se vedono titoli così, vero? Perché il messaggio ancestrale e letteralmente patriarcale è ancora: l’uomo ha sempre un nome e cognome, perché appartiene a se stesso, perché è un individuo che ottiene un risultato grazie ai suoi talenti, o ai suoi sbagli.

La donna ha solo un nome (spesso nemmeno quello), è Anna, è Simonetta, come quella lì, sai quella con i capelli a caschetto, come tua cugina; le dai del tu, i suoi anni di studi e il suo lavoro non contano, il suo cognome non è una cosa da ricordare. Perché è degno di nota che abbia ottenuto un risultato una donna a caso, non proprio quella donna lì. Una donna a caso che ottiene un risultato è un’aberrazione che conferma la norma in cui è l’uomo con nome e cognome ad ottenere un risultato.

Vi ricordate Carola Rackete, comandante della Sea Watch 3, che portò in salvo 53 migranti nell’estate del 2019? Per tutti era Carola, eroina contemporanea o zecca comunista a seconda della fazione.

Vi ricordate Tommaso Stella, comandante della Alex, che portò in salvo 56 migranti nell’estate del 2019? Per tutti era Tommaso Stella, ex skipper di Soldini per ogni fazione.

E allora, come farlo bene?

Se la notizia è che per la prima volta due donne vincono il Nobel per la chimica, la notizia deve essere data così: “Emmanuelle Charpentier e Jennifer Doudna vincono il Nobel per la chimica: è la prima volta che il premio va a due donne”.

(Che btw, Marie Sklodowska-Curie lo ha vinto nel 1912, quindi le Thelma e Louise del 2020 non hanno nemmeno fatto qualcosa di nuovo nella storia.)

Senza un nome e un cognome, le persone diventano invisibili in vita e sono impossibili da ricordare dopo la morte: è la damnatio memoriae che infliggevano i Romani ai traditori della patria, ai nemici e a chi era semplicemente caduto in disgrazia politica.

È il motivo per cui c’è una spinta civile a dire ad alta voce e a scrivere sui muri i nomi delle vittime di violenze domestiche (le scarpe rosse con il nome della proprietaria) e di atti di razzismo (#saytheirname di Black Lives Matter), e a non citare quelli di coloro che le violenze le hanno perpetrate (serial killer, terroristi) per disincentivare il culto delle personalità distorte (per lo stesso principio il cadavere di Osama bin Laden è stato sepolto in mare).

È il motivo per cui fare caso alle donne a caso e toglierle dal loro anonimato è la battaglia da combattere adesso in nome della parità di genere.

“Se cancelli il nome della persona, trasformi il suo sesso nell’unica notizia; e il significato che passa non è quella donna ha raggiunto un traguardo, ma è ha conseguito quel traguardo perchè è una donna […] e che al posto suo poteva essercene un’altra a caso, purché utero-munita. L’abitudine a non dire mai i nomi delle donne capaci ha come conseguenza anche il fatto che quando fanno i panel ai convegni, a nessuno viene mai in mente un nome di donna da invitare. Se vince un uomo, ha vinto lui. Se vince una donna, ha vinto la femminilità. #mortacci” (Michela Murgia)

Ps – Se non lo fate ancora, seguite @ladonnaacaso su Instagram. E non perdetevi le stories.

4° cosa – 4 cose che ho capito della vita facendo giardinaggio

composizione di fiori secchi
Una composizione di fiori secchi dal mio terrazzo

E che voglio passarvi, sperando di contagiarvi questo interesse che poi diventa una passione che poi diventa uno stile di vita che poi diventa un principio morale.

  1. Giardinaggio è mindfulness per negati.

Se siete il tipo di persona che come me è costretta a sentire un frastuono mentale costante del tipo “anche meno, eh”, il tipo di persona che fatica a praticare la meditazione del tipo “om”, provate a togliere le erbacce intorno ai pomodori cresciuti nel vaso sul balcone, o a nebulizzare le orchidee comprate all’Ikea.

Non tutti abbiamo un orto o un’aiuola a disposizione, ma tutti possiamo coltivare (o meglio: allevare) qualcosa, ovunque, e trarne soddisfazione.

Occuparsi delle piante fa stare nel momento e prendere le distanze dal resto. Non è un caso che giardinaggio e orticoltura siano usati come terapia per un vastissimo range di disturbi mentali e raccomandati per malattie come diabete e obesità, e quelle collegate allo stress.

Anche solo guardare l’erba in un parco pubblico o un vasetto di basilico sulla finestra della cucina abbassa il tasso di cortisolo, l’ormone che si impenna con lo stress. Ho scoperto che dipende dalla vista dei frattali delle foglie: non li percepiamo direttamente, è ovvio, ma li registriamo e ci fanno bene.

Morale: prendersi cura o anche semplicemente osservare delle piante aiuta tutti, e non ci sono controindicazioni.

  • Pianifichi per il futuro.

Ci sono cose che devono essere fatte per assicurare rifioriture, crescite, frutti, foliazione. Anche solo eliminare uno stelo secco, guardare un video su YouTube su come si pota una rosa o si rinvasa un cactus spinoso, anche solo raccogliere i semi del primo prezzemolo andato a fiore e sapere che con quel pizzico di granelli si possono avere decine di piantine da regalare agli amici: sapere che c’è un ciclo vitale, che tutto rinascerà è un motivatore e un anti-depressivo potentissimo.

  • Vedi la bellezza anche nelle piccole cose.

Se ti dai il tempo di osservare con costanza, scopri che tutto ha dignità, anche dopo la stagione della gloria più evidente.

L’agapanto quando perde i petali e diventa secco sembra un fuoco d’artificio stilizzato. Le betulle scoprono le loro bianche cortecce e la figura elegante. Le foglie che marciscono proteggono la terra piena di promesse. Il ciclo delle stagioni è bellissimo. Ogni spazio verde è bellissimo, sempre, finché è vivo.

  • Ti viene la visione cellulare

Se davvero metti le mani nella terra e incontri i vermi, se davvero ti fermi a guardare cosa succede senza intervenire, allora ti rendi conto di quanto tutto, dalle formiche sul limone ai semi di sedano che si infiltrano tra le piastrelle, dai pidocchi sull’erba cipollina ai succhioni di gelsomino che si intrecciano lunghissimi a settembre, tutto abbia solo lo scopo di vivere. VIVERE. Proprio come te.

E probabilmente ti sentirai parte di quel brulichio, superando l’idea che giardinaggio significhi dare la tua impronta, dirigere, formare, censurare: controllare, insomma.

Vuoi un giardino vivo? Lascia quelle formiche sul limone: stanno mangiando la melata della cocciniglia; allontana soltanto le lumache dall’insalata lasciando dei gusci di uova rotti alla sua base, invece di avvelenarle, e arriveranno gli uccelli per mangiarle.

Morale: sii una cellula di questo magnifico organismo.

5° cosa – Calm e gess

recensione calm app

Poi, se non basta, provaci a fare ‘sta meditazione.

Io ci ho provato per anni senza riuscirci.

Subito dopo Natale mi sono abbonata alla app “Calm”, e sto seguendo un percorso di 10 minuti al giorno, guidato da un certo Jeff che viveva come un Jackass e dopo aver rischiato la morte otto volte si è dato (appunto) una calmata.

Mi piace perché è pratico e fa le battute sui Ninja invece di parlare di spiriti pervasivi, e perché finiti i 10 minuti non mi dice di intonare canti tibetani, ma di alzare il culo e fare quelle cose che mi venivano in mente di fare mentre cercavo di meditare (i grandi classici: oddio, mi sono dimenticata di quel cavolfiore avanzato in frigo, devo ritirare la raccomandata per la zia, se faccio l’Aurelia arrivo prima o trovo traffico).

Io e Jeff ci capiamo.

L’altra famosa app di meditazione guidata è “Headspace”: ero in dubbio se provare questa o Calm, poi ho pensato: su Calm c’è Cillian Murphy che legge della roba per agevolare il sonno e il suo accento irlandese mi piace tanto… quindi vince Calm.

Però, se può esservi utile, Headspace è su Netflix dal primo gennaio. Compresa nel prezzo dell’abbonamento mensile, ovviamente.

Ovviamente l’ho scoperto il 31 dicembre, subito dopo aver pagato quello a Calm.

2020: grosso stile, fino alla fine.

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