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Che differenza c’è tra “ti faccio i piatti” e “ti rammendo i calzini”: le frasi da dire e non dire per essere #davveropari

 

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Tra i concorrenti dell’ultima edizione di Masterchef c’era Daniele, un gioviale cagliaritano “mammo e casalingo a tempo pieno”.
Bastianich, da sempre campione del celodurismo, non ha perso occasione per farlo sentire “meno maschio” perché è sua moglie a uscire al mattino con la ventiquattrore, e lui a lucidare i fornelli dopo aver fatto il ragù.

Pur nel vedere queste scene patetiche, mi sono consolata del fatto che, nello studio, le battute stupide del giudice italo-americano cadevano nel vuoto: nessuno rideva. Qualcuno accennava giusto un sorrisetto come si fa per quietare gli scemi, i maleducati e i matti; Daniele arrossiva, ma perché era in imbarazzo per Bastianich.

Vuol dire che ci stiamo arrivando: siamo quasi #davveropari.

Nonostante ci sia ancora chi per dirsi femminista alleva setole sui suoi polpacci (perché brutta = intelligente e bella = scema), e ci sia ancora chi dice “ho portato mia moglie in vacanza” (bontà sua).

Già, quelle frasi condiscendenti che rivelano piccoli, anzi piccini universi mentali:

•    Questo è il preventivo, lo dia a suo marito.

•    Che bravo, oggi fai il babysitter ai figli?

È evidente che una donna è in grado di leggere e approvare (o meno) un preventivo del meccanico.
È evidente che l’uomo che incontriamo al parco con i figli sta facendo il padre, non il babysitter.
È evidente che una coppia, una famiglia, un luogo di lavoro sono organismi, in cui ogni organo fa la sua parte, e se quella decade… non funziona nemmeno il resto.
È evidente che abbiamo mansioni diverse correlate alle nostre capacità e inclinazioni.
Ad esempio, in casa nostra, se c’è da ripristinare un computer, lo fanno mio marito e mio figlio di 18 anni.
Se c’è da cucire un bottone, lo facciamo io e mio figlio di 23 anni.
Cambiare una ruota: mio marito.
Spidocchiare un infestato: io.

calzini rammendo

Ora.
In un mondo ideale, quando dici che mi ripristini il computer ti riferisci al mio computer, non al fatto che io non lo so fare; lo stesso quando io ti riattacco un bottone: è che è la tua camicia.
Perché mentre resta in sottofondo un atto di cura e protezione (“lo faccio per te, perché ti voglio bene”), è importante che ognuno di noi sappia e non dimentichi di essere parte di quell’organismo in cui ogni organo fa il suo mestiere per il bene comune – e dove non esistono i favori unilaterali.

Quei “ti” che vogliono essere gentili, ma che possono nascondere insidiosi paternalismi che si ingranano nella nostra testa, vanno somministrati con attenzione.

Ho preso in giro più volte mio marito quando, per un ancestrale automatismo, mi diceva “ti faccio i piatti e la cucina” – anche se, portando il pranzo a tavola, non avevo certo detto “vi ho fatto da mangiare”… tanto che oramai “mi faccio i piatti e mi faccio una bella cucinetta” è diventato parte del nostro lessico familiare, e una frase che ci fa sempre ridere.

li lavi domani

Le parole sono importanti.

La madre che chiede con tono supplichevole al figlio quattordicenne “puoi apparecchiare tu, che io non faccio in tempo?”, secondo me sta facendo un grosso sbaglio.
La nonna che regala un asse da stiro-giocattolo alla nipotina di cinque anni “così aiuta la mamma”, secondo me sta facendo un grosso sbaglio.
Il padre che porta il bambino allo stadio per “passare una giornata tra maschi”, secondo me sta facendo un grosso sbaglio.
Quei piccoli orgogli di senso di appartenenza di genere che vengono a mancare quando semplicemente diciamo “andiamo allo stadio e passiamo il pomeriggio insieme”, o “così quando sei grande saprai prepararti il vestito per uscire” o “è quasi pronta la cena, bisogna apparecchiare” sono compensati da un senso di appartenenza all’organismo, un senso di protezione da parte di quell’organismo, un senso sicurezza e di autostima e un senso di fluidità che toglie i paletti a quello che si vuole provare ad essere, che pagheranno – tutti – degli straordinari interessi nel tempo.

Ogni persona sopra gli otto anni sa fare un letto, stendere la biancheria, passare l’aspirapolvere e caricare una lavastoviglie.
Oltre a sapere come si fanno queste cose, deve sapere che le “mansioni intercambiabili” all’interno dell’organismo hanno pari dignità a quelle che sa compiere solo lui/lei. Non dovrebbero essere “elargite”, ma equamente suddivise tra gli organi dell’organismo.

La conseguenza? Competenza, e quindi indipendenza – fa anche rima: è facile da ricordare.

Più cose si imparano a fare, più si è liberi. Più si è liberi, più si è felici.

In una famiglia #davveropari cresce una società #davverolibera: di lucidare i fornelli dopo il ragù se ti chiami Daniele, e di passare 10 ore in ufficio se sei sua moglie.

#davveropari è un hashtag creato con delle amiche blogger in occasione dell’8 marzo 2017. I loro contributi sull’argomento testimoniano quante idee diverse e comuni abbiamo su come arrivare a questo importante traguardo: la felicità!

Dal blog La casa nella prateria: Davvero pari: le nostre figlie

Dal blog 40 spesi bene: Io sono femminista, ma per davvero e Nessuno mette il mio romanzo in un angolo

Dal blog Mamma e donna: Donne politicamente scorrette: ricordare di essere diversi per essere #davveropari

Dal blog Mamma Felice: Perché le donne dovrebbero lavorare

Dal blog Genitori Channel: La conciliazione maternità-lavoro è impossibile

 




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