Top 5 del mese: le 5 cose di gennaio 2021

Qualcuno ha detto “Taylor Swift”?

1° cosa – passatemi i sali

© Marieclaire

Mezzo mondo si ricorderà delle vacanze di Natale della pandemia come quelle passate su Netflix a bingeare su Bridgerton, un romanzo di Jane Austen in versione boy band.

L’altro mezzo mondo ne ha sentito parlare dal fornaio, ha visto i meme su Instagram e ha sopportato i vapori delle amiche e degli amici in estasi per l’incommensurabile bellezza del Duca di Hastings.

Lui.

rege jean page in bridgerton a petto nudo
Il Duca è quello sulla sinistra. Più che un manzo, per il popolo è un proprio un bel pezzo di controfiletto (sirloin).

Se siete del mezzo mondo che non l’ha visto, niente panico: non spoilero la trama. Vi dico solo che a dispetto della sua faciloneria e volgarità, mi è piaciuto moltissimo.

Ecco, la mia sembra la dichiarazione di Mr Darcy a Elizabeth quando le chiede di sposarlo per la prima volta. Ho approcciato Bridgerton con orgoglio e pregiudizio, lo ammetto. Ma ho avuto la mia lezione!

Bridgerton ha tutti gli stilemi che una ragazzina di 12 anni si aspetta da un “costumone”: più trionfi di macaron e cupcake che in una scatola di Lego Friends; maschi con la camicia aperta, fluttuante e bagnata dalla pioggia; parole affettate buttate a spaglio in mezzo agli “okay” e gli “yeah”; vestiti da damina che attraversano i secoli; glicini in fiore dappertutto, tutto l’anno.

È un “bodice ripper”, uno strappa-corsetti come non se ne vedevano dai tempi di Angelica, per i tempi di Taylor Swift, come in un video di Taylor Swift, come ai tempi di Taylor Swift.

Nel 2009 Taylor Swift faceva già Bridgerton. Uguale Uguale.

Ovvero, “inclusivo”: a corte, in città, in campagna le persone sono di tutte le etnie, in un mondo di favola in cui la tragedia dello schiavismo non è mai esistita e in cui gli amori interraziali sono lo standard.

Poiché Bridgerton (la serie: non so dire dei libri, che non ho letto) appartiene al genere dell’ucronia*, chiedersi se la regina Charlotte fosse davvero di colore, non ha alcun senso. Cercare una spiegazione storica in una serie ambientata nell’Inghilterra 1804 e farcita di parole, scarpe, abiti, posture, mobili, cibi e bevande che non erano stati ancora inventati, non ha alcun senso.

Il senso sta, secondo me (ma penso tutti), nel sesso – tanto sesso: sesso sui prati e sotto i tempietti, sulle scrivanie e sui divanetti, sulle grandi scale di marmo a palazzo e sulle piccole scale di legno in biblioteca, sui quadri svedesi in palestra e sugli alberi nei parchi. Sulle note di Wildest dreams (sì, la vecchia hit di Taylor Swift), versione quartetto per archi.

È stato il più grosso successo di pubblico finora ottenuto da una produzione Netflix, per cui possiamo solo aspettarcene molti altri, di simili. Intanto possiamo già sfregarci le mani perché, dopo Daphne Bridgerton, ci sono altri otto fratelli e sorelle su cui contare per le prossime stagioni.

E come dice la mia amica Silvia, “è vero che come il Duca non ce n’è, ma anche il fratello maggiore… lascia fare”. E come dice la mia amica Vittoria, “perché, quello dopo?”.

Donne, è arrivato il fratellino.

2° cosa – contusa e felice

La novità del mese: adesso ho una S al posto del naso.

La prima volta della mia vita che ho osato andare a fare una passeggiata in montagna da sola con il cane libero, dopo essermi congratulata con me stessa e la Shu perché stava andando tutto alla grande e lei stava sempre vicino a me nonostante le tante possibili distrazioni… come l’ho messa al guinzaglio mi ha fatta cadere mentre si lanciava verso un burrone.

Il guinzaglio che tenevo a tracolla per fortuna (o per la forza sovraumana del mio cane) si è sfilato, per cui invece di andare per cinghiali con lei sono stata solo trascinata di faccia sulle pietre del sentiero.

Il ricordo di quello che si prova mentre si batte forte la testa e la faccia su cose dure e appuntite mi resterà dentro a lungo: una sensazione sinestetica fatta di flash arancioni e suoni sordi e pensieri istantanei – mi sono rotta il naso, mi sono tagliata le guance con gli occhiali, non farò mica la fine di Natasha Richardson, mi sono rotta anche il ginocchio sinistro e la mano destra. Ma soprattutto: Natasha Richardson, Natasha Richardson**.

Alla fine della fiera, due radiografie e due TAC hanno dichiarato che mi sono rotta solo il naso e contusa qua e là. Che insomma, mi è andata di molto, molto bene.

A più di un mese di distanza ho ancora mal di testa tutti i giorni e una grande sonnolenza. I primi tempi sono stata piuttosto confusa, lenta nelle reazioni e nei ragionamenti, e questo mi ha fatto paura e considerare quanto poco ci voglia a passare dall’essere una persona operativa 16 ore al giorno, a una che non può fare a meno di fermare quasi tutti i motori e mettersi a letto.

Oggi mi ritrovo con il naso storto, e nove cose che ho imparato da questa esperienza, felice di essermela cavata con pochi danni.

3° cosa – un cubo di legno

Per Natale ho ricevuto in regalo un Vaia Cube, ovvero una cassa di risonanza analogica fatta di un cubo di legno, sapientemente e semplicemente intagliato per ospitare un telefono e spanderne il suono.

Posso usarlo per ascoltare podcast mentre rammendo calzini e rimpiazzo elastici nelle mutande, mentre cucino, mentre riordino le camere.

Mi piace moltissimo perché non deve essere ricaricato, ed è proprio un bell’oggetto.

Lo trovo molto comodo nelle video-chiamate, anche se il vivavoce amplificato tra le sue venature risulta un po’ distorto per chi mi ascolta.

Nasce da un fatto molto brutto e da un’idea molto bella.

Nell’ottobre 2018 la tempesta Vaia ha abbattuto 42 milioni di alberi nel nord-est italiano. 42 milioni!! Per dare un senso a una parte di questo legname, il designer trentino Federico Stefani ha progettato il Vaia Cube, che viene prodotto con i larici e gli abeti caduti quel giorno. In più, per ogni Cube acquistato, un nuovo albero viene piantato.

Un bellissimo regalo se vi serve un’idea.

4° cosa – si è un po’ pentito di avermi regalato questo disco

Forse quando ho scritto che ho la tendenza ad ascoltare certa musica in loop come i bambini che guardano il Re Leone 567 volte di seguito avete pensato che esagerassi.

Potete chiederne conferma a mio marito e ai miei figli; in risposta riceverete occhi rivoltati nelle orbite, sospiri, imprecazioni contro i maledetti francesi, quella lagna di Adele, veramente ancora Justin Bieber, se faccio ancora una colazione con Mozart vomito, Bach doveva morire più giovane, speriamo che le Indigo Girls si sciolgano presto.

Però!

Però è mio marito che mi osserva tenere Ed Sheeran fisso su YouTube e poi mi regala i suoi cd uno dopo l’altro. Sì, li contorna di 15 dischi di jazz nella speranza di annacquare l’immanenza del roscio inglese nel nostro salotto, ma vuoi mettere Shape of you con quelle robe piene di xilofoni che non arrivano mai al punto?

Io non chiedo mai niente. Me ne sto, come dicono i genovesi.

Non mi oso, come dicono i torinesi.

Poi, se a sorpresa mi arriva Folklore di Taylor Swift, e scopro che mi piace tantissimo, di chi è la colpa?

– Mi sono un po’ pentito di averti regalato questo disco.

– Mi regali i dischi e poi ti lamenti se li ascolto!

– Ma io continuo a regalarteli perché così li cambi! Cosa devo fare? Spaccarteli?

Forse regalarmi Evermore, il seguito di Foklore?

5° cosa – Un fantasma vendicativo

La mia canzone preferita di questo album si chiama My tears ricochet, le mie lacrime rimbalzano/tornano indietro per vendicarsi.

Mi piace soprattutto in questa versione acustica:

“You know I didn’t want to have to haunt you, but what a ghostly scene: you wear the same jewels that I gave you, as you bury me”

Parla di femminicidio, di separazione, o di ghosting? Chissà, forse le parole si applicano apposta a tutte e tre i casi.

Sicuramente racconta un troncare violento, in cui viene messa a morte più o meno figurata la persona a cui fino a un attimo prima venivano professati amore o amicizia.

Conosco il ghosting, che è quando una persona di cui ti fidi improvvisamente ti rende completamente invisibile, un fantasma, senza spiegazioni. Ne sono stata oggetto e so che il dolore passa con gli anni, ma lo sgomento no. È come essere imprigionati in un incantesimo, anzi un maleficio, da cui non si può uscire con mezzi propri. O con la logica.

Quando una canzone ti parla, è normale ascoltarla tanto fino a metabolizzarla… o no? Non ditemi che sono sola in questo!

A proposito di fantasmi

Secondo me ne abbiamo uno in casa.

Tutte le sere, verso le 10, da qualche mese dalle scale sale un’acre puzza di posacenere. Quelli riempiti di cicche al Bar Sport, ai tavoli dei vecchietti che giocano a cirulla.

Alle 11 diventa davvero intenso, e visto che non siamo fumatori, ci sgomentiamo tutti.

Io non riesco a non pensare al Fantasma di Canterville di Oscar Wilde, che per attrarre l’attenzione dei suoi coinquilini ogni notte agitava le catene e lasciava una macchia di sangue su un tappetto del suo castello; macchia puntualmente rimossa ogni mattina dal nuovo giovane padrone di casa con un potente detersivo, per lo scorno del defunto Sir Simon.

Cosa vuole dirci, il nostro fantasma?

Di cercare un posacenere nascosto tra le intercapedini?

Che gli servono delle sigarette per rompere l’incantesimo che lo fa vagare su e giù per le nostre antiche scale?

Che vuole sentire Taylor Swift non solo mere cucino, ma anche dopo cena? Perché in questo caso, agevolo il link di Amazon.***

Gli asterischi

*Il termine ucronìa deriva dal greco e significa letteralmente “nessun tempo” (da οὐ = “non” e χρόνος = “tempo”), per analogia con utopia che significa “nessun luogo”. Indica la narrazione letteraria, grafica o cinematografica di quel che sarebbe potuto succedere se un preciso avvenimento storico fosse andato diversamente. Il termine è stato coniato dal filosofo francese Charles Renouvier in un saggio (Uchronie) apparso nel 1857. Gli anglofoni usano invece il termine più immediato alternate history (storia alternativa). (Fonte: Wikipedia)

**Natasha Richardson era un’attrice inglese, famosa per Nell, Genitori in trappola, Follia, La contessa bianca; e per essere figlia di Vanessa Redgrave e Tony Richardson, e moglie di Liam Neeson. Facendo una lezione di scii per principianti è caduta, ha battuto la testa praticamente da ferma, ci ha riso sopra, è tornata in hotel, la sera era in coma e due giorni dopo è morta. Da allora, penso che guardiamo tutti alle bottarelle in testa con spirito critico.

Natasha Richardson - "Asylum" Premiere at Tribeca Film Festival

*** 12 ore dopo aver pubblicato questo post, mio marito mi ha consegnato il cd di Evermore. Con un bacio e un gran sorriso e la preghiera di avere “un po’ di tregua” (cit.) da Folklore 😂

NON seguire questo link o sarai bannato dal sito!